PdCI: Riflessioni post attivo

Claudio Cimaglia

Parole di un venticinquenne di Sinistra a confronto con i “grandi”.

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Qualcosa si muove in casa PdCI.
Un partito storico che da sempre rappresenta le classi sociali meno agiate, quelle stesse classi sociali che grazie al proprio lavoro permettono il reale sviluppo del Paese, è oggi ripiegato su stesso nel tentativo di curarsi le ferite dello scorso 14 aprile, data storica che ha visto l’esclusione dal Parlamento dell’intera Sinistra italiana.
In questo periodo di “caos calmo”, però, i Comunisti Italiani non stanno smettendo di incontrarsi, confrontarsi, discutere e analizzare gli enormi problemi che stanno affliggendo la nostra Italia.
Abbiamo assistito ad un’attivo, un incontro seminaristico, avente come tema la grande crisi economica che ha colpito gli Stati Uniti e, di riflesso, tutto il mondo, con evidenti ripercussioni anche nel Bel Paese.
Davvero tanti gli spunti di riflessione emersi, prima dalle relazioni dei compagni Mariano Leone e Franco Schettini, poi dagli interventi dei presenti, iscritti “storici” del partito.
Certamente la rabbia, l’indignazione e la voglia di cambiare le cose, sono i sentimenti principali che si percepiscono nell’ascoltare le analisi proposte; tuttavia manca qualcosa.
È affascinante ascoltare dei lunghi discorsi che non hanno nulla a che invidiare a delle lezioni di storia e storia politica ed economica degne dei migliori docenti universitari ma, ciò di cui si sente la mancanza è l’accettazione del fatto che i tempi, la società, le persone, e quelle stesse classi sociali che sono il fulcro del Partito Comunista, oggi sono profondamente cambiate.
Tra i partecipanti all’incontro mancavano proprio coloro che saranno gli artefici fisici del tanto atteso e voluto cambiamento. I giovani.
Non si può affermare che i giovani non siano attratti e non partecipino alla vita politica del Paese. La protesta contro la legge Gelmini, che ne sta mettendo in piazza a palate, dimostra quanto essi siano partecipi ai risvolti che sta prendendo l’Italia. E ci si riferisce anche a coloro che fanno parte di questa “maggioranza silenziosa”.
Piace tanto, in casa PdCI, la parola “proletariato”. Oggi il proletariato è limitato a qualche isolato caso che, conti alla mano, non è messo nemmeno così male.
I nuovi proletari sono i precari, e da qualche anno “precario” è sinonimo, nella maggior parte dei casi, di “giovane”.
Viene da chiedersi, a cosa servono tutti questi gran bei discorsi se il problema è proprio di radice culturale?
L’Italia di questi primi anni del nuovo Millennio è profondamente mutata. Abbiamo due enormi problemi di matrice sociale.
Il primo è una totale assenza di senso sociale che ha inevitabilmente portato all’estinzione dell’ideologia.
Ci interessa raggiungere il massimo profitto con il minimo sforzo, senza preoccuparci del fatto che, spesso e volentieri, ciò accade a discapito degli altri.
È il motivo per cui si evadono le tasse laddove si può – e si sa che se non si pagano le tasse diminuiscono i servizi e la loro efficienza – è il motivo per cui esistono una miriade di tipologie di contratti a tempo determinato che da una lato permettono ai datori di lavoro di sottopagare la manodopera (se la pagano) e usufruire di lavoro, dall’altro impediscono al precario di specializzarsi in un settore, quindi di fare carriera, quindi di costruirsi qualcosa di proprio, quindi di sentirsi gratificato.
L’assenza di senso civico sta portando, inoltre, alla distruzione dell’ambiente. “Costa troppo smaltire i rifiuti privati con i giusti sistemi e quindi lascio la mia monnezza un po’ qua e un po’ la, tanto ci sarà chi pulirà per me”.
Non esiste più una reale differenza tra i ceti. Gli operai e i dipendenti a reddito fisso, grazie alla rateizzazione, tendono ad avere lo stesso tenore di vita di chi invece di soldi ne ha tanti. “Puoi comprare una Mercedes con 150 € al mese”.
Non sorprende affatto che, in questo roseo quadro, il mito, l’uomo da imitare, è proprio il Berlusconi di turno.
Il secondo grande problema è la Chiesa Cattolica.
Siamo onesti. La Chiesa, storicamente, è l’apparato che controlla una grandissima parte del nostro sistema economico. Volendola vedere in maniera proprio semplicistica, basti pensare che il partito che ha governato l’Italia per trent’anni aveva la parola “cristiana” nel proprio nome; e difatti i disastri che stiamo pagando oggi nascono proprio da lì.
La Costituzione sancisse la laicità dello Stato ma, fatti alla mano, l’Italia è ben lontana da questo sacrosanto principio.
Inoltre, il cristianesimo conta una enorme porzione di gente molto meno attratta dalla politica rispetto alle religione che, nel momento di andare a votare un referendum o un presidente, o un sindaco, è prepotentemente influenzata dal parere del papa, cardinale, vescovo o parroco di turno.
In tutto ciò, la Sinistra cosa fa? Si riunisce, discute, si infervora, ma resta là. Sta appollaiata sulla pietra conservatrice, assolutamente incapace di darsi una concreta identità, di risolvere in maniera intelligente le sue questioni interne.
È davvero strano il fatto che, malgrado si condividano gli stessi ideali, gli stessi timori, la stessa voglia di cambiare un sistema marcio che continua a marcire, si resti divisi su questioni per cui basterebbe un semplice venirsi incontro, trovare una strategia comune, pur mantenendo invariate le proprie identità.
I Comunisti Italiani e gli arrembanti di Rifondazione, assieme a tutti i “satelliti” che vi gravitano intorno, sembrano soffrire dello stesso morbo dell’assenza del senso sociale; ovviamente per quel che riguarda le questioni interne.
I “maturi” devono capire che senza i giovani non vanno da nessuna parte. I giovani a loro volta devono avere l’umiltà di accettare i consigli e i pareri di coloro che hanno toccato con mano i principi con cui tanto ci piace sciacquarci la bocca.
Solo dopo che ci sarà stato questo incontro si potrà pensare ad una strategia di intervento, in primis per tornare in Parlamento, poi per far sentire in modo forte e deciso la propria voce, riprendere la fiducia di coloro che non si sentono più rappresentati, cambiare il sistema e dare un senso a tutti quegli splendidi paroloni e lunghissimi discorsi che si gridano negli attivi.

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Commenti

  • torreamare (utente non verificato)

    quindi esistono i comunisti italiani?
    mah!

  • fdmba (utente non verificato)

    I comunisti ed ancor più quelli Italiani esistono e lavorano alla comprensione della società in cui vivono e operano. Anche un govane cronista che analizza con tale intensità politica una riunione di “maturi” individuando elementi positivi e negativi di un confronto su questioni complesse finisce per dare una mano al lavoro di definizione della strategia politica di chi, come i comunisti, vuole cambiare lo stato presente delle cose.