Confindustria a confronto con la crisi
Federalismo e incognite sulle banche sul tavolo di confronto tra Francesco De Gennaro e gli imprenditori baresi
Confindustria Bari si riunisce, e riflette, sulla situazione economica mondiale, sull’imminente riforma federalista voluta dalla Lega e dal governo Berlusconi; all’indomani del confronto con il ministro per gli Affari regionali Raffaele Fitto e con i parlamentari pugliesi, ieri pomeriggio è stata la volta dell’incontro con Francesco De Gennaro, presidente dell’Unione Industriali di Asti. Una storia unica e al tempo stesso comune, la sua, di chi dal sud è emigrato al nord in cerca di lavoro, e con merito ha fatto fortuna: classe ’43, trasferitosi da Barletta a Torino all’età di 7 anni con la famiglia, in un decennio passato da studente della Scuola di Fabbrica Fiat, a semplice operaio, a direttore di stabilimento e generale; oggi, proprietario della UITL Industries, azienda leader nel mondo nel settore di produzione di freni automobilistici; e domani, premiato come ‘Pugliese nel Mondo’, nella sua provincia d’origine. Ecco Francesco De Gennaro, un ‘terrone’ pugliese infiltrato, forse assorbito, nel mondo sempre più tutto settentrionale dell’industria italiana.
Alessandro Laterza lo interroga, lui risponde con precisione e lucidità penetrante. ‘Abbiamo un progetto federale in corso, che piaccia o meno ai più, e dobbiamo confrontarci con esso, innanzitutto capendolo’. L’esordio del presidente di Confindustria Bari è chiaro e definito. Però il dibattito dilata subito i suoi orizzonti: del resto, difficile se non impossibile di questi giorni, non concentrarsi sull’incombente recessione economica mondiale. ‘In tutto il mondo, le campane suonano a morte. I resoconti delle vendite e dei bilanci delle principali aziende sono un bollettino di guerra. E lo scenario di crisi è ancor più profondo: il mercato si avvia alla stagnazione totale’. Le prime parole di De Gennaro sono cupe, non potrebbero essere altrimenti. Lo sappiamo: l’agitazione è grande ma comprensibile; la crisi è appena iniziata, e noi ne cogliamo solo una piccola parte, la più mediaticamente visibile, quella più appariscente e paradossalmente contenibile; la scomparsa delle piccole aziende, la rovina della gente comune, non fa notizia, ma è ugualmente reale. E’ ovvio che si tratta di un sistema, quello del capitalismo del XXI sec., quello dell’economia di ‘cartastraccia’, ormai ripiegato su sé stesso, e con di fronte un futuro ch’è eufemistico definire tale.
Tempi duri a venire. Ed è in questo quadro che dobbiamo collocare il Federalismo, e il rapporto tra nord e sud. De Gennaro ammette con candore che ‘a noi imprenditori settentrionali, di questi giorni vien difficile interessarsi a problemi che ci appaiono almeno per il momento, secondari, subordinati alla sopravvivenza stessa delle aziende’. ‘Nondimeno – prosegue – la questione sussiste, e mi sento di sottoscrivere che il concetto di federalismo è passato; ora bisogna vedere non se, ma come farlo’.
Il Federalismo dunque s’ha da fare. Persino Napolitano lo sancisce, appellandosi ad una riforma ‘senza egoismi regionalistici’. Ma è proprio questo il nodo. E’ davvero possibile beneficare i più forti liberandoli dall’onero di sostenere i più deboli, e al contempo non penalizzare quest’ultimi? Forse no, forse è solo un’utopia ‘maroniana’, se persino ad un industriale torinese, sostenitore della riforma, ‘vien da ridere a pensare alla possibilità delle regioni di autogestirsi responsabilmente e addirittura produrre degli utili’. De Gennaro argomenta le topiche e i punti interrogativi di una riforma che appare semplicistica e superficiale. E’ soprattutto il tema dell’efficienza di una regione, un’efficienza deficitaria per troppi motivi al Sud, ad accendere De Gennaro. La conclusione degli industriali, che il ‘problema andrebbe affrontato non da politici, ma da imprenditori’, non è in realtà troppo dissimile dall’ottica governativa. Giusto, se l’obiettivo è solo produrre un bilancio con numeri in attivo. Sbagliato però, se ci si ricorda appunto che una città, una regione, uno Stato, non è un’impresa: l’impresa non si è mai prefissa come scopo il benessere dei suoi cittadini, lo Stato nasce per farlo. Il capitalismo non può passare come ideologia fondante di una società: gli enti istituzionali non sono aziende, e non si possono gestire, o soltanto intendere, come tali. Se si pensa questo però, è perché la parola politica ha perso di credibilità e di valore, completamente svalutata e ricondotta ai sordidi interessi dei giochi di partito, o peggio, dei singoli.
Oggi, non c’è lo spazio, non ci sono gli elementi, per un giudizio fondato sul Federalismo. Possiamo solo dirlo aberrante, incostituzionale in quanto tale. Magari anche pensabile, se solo ed esclusivamente fiscale. Ma le premesse devono essere ben altre: in un panorama di crisi mondiale dell’economia, promuovere un federalismo come gestione aziendale delle regioni, con gratificazione per le ‘migliori’, e abbandono e bancarotta per le più deboli, vorrebbe dire aggiungere alla recessione un’insanabile secessione nel nostro paese.
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