Piacevoli storie in tempo di peste

Claudio Cimaglia

Il Boccaccio di Panaro si fa tutto pura narrazione

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Probabilmente la piccola chiesa della Vallisa non sarà nelle sembianze, e tanto meno nelle intenzioni, paragonabile ad un’antica villa tra le colline appena fuori Firenze.
Sarà anche vero che nel centro storico di una Bari del 2008 si fa molta fatica ad immaginare una città distrutta addirittura da un morbo, quello delle peste.
Tuttavia, quando la protagonista indiscussa di una rappresentazione teatrale non è un personaggio, o una famiglia, o una vicenda bensì la narrazione stessa, tutto passa in secondo piano.
Partendo da questo presupposto è partita a gonfie vele la rassegna de “Le direzioni del Racconto”, uno catena di spettacoli che ha come elemento principale il Decameron di Giovanni Boccaccio.
Per due serate consecutive Paolo Panaro, principale protagonista della rassegna con un fitto programma di spettacoli, ha rappresentato lo spettacolo de “Piacevoli storie in tempo di peste” – parte prima – una messa in scena di alcune delle novelle del Boccaccio.
In poco più di un’ora Panaro ha dilettato il pubblico con una rielaborazione sia linguistica sia discorsiva delle storie raccontate da quelle sette donne e da quei tre ragazzi che, per fuggire dalla peste che colpì Firenze nel 1348, si rifugiarono per quattordici giorni in una villa in collina appena fuori dalla città.
Ovviamente lo spettacolo, diviso in due parti, non coinvolgerà tutte le cento novelle contenute nel monumentale testo originale. In questa prima parte si è narrato dell’Introduzione, laddove si spiega quali furono le conseguenze della peste e di come i fiorentini provarono a salvarsi e quindi cosa spinse l’”onesta brigata” a rifugiarsi in una villa; della novella de “Madonna Oretta” che fu scortata sul cavallo di un cavaliere il quale per conquistarla provò a narrarle delle novelle ma, considerando le scarse doti interpretative, non fece altro che provocarne il disgusto; di quella di “Frate Alberto”, monaco lussurioso e peccatore che, fingendosi posseduto dall’Arcangelo Gabriele, si intrufola ripetutamente nel letto di una donna tanto vanitosa quanto sciocca; e di quella di “Ser Cepperello”, uno dei peggiori uomini che siano mai vissuti che, in punto di morte, con una falsa confessione viene seppellito in una chiesa e venerato come un santo.
Al di là della travolgente forza anticonformista delle tematiche boccacciane, le novelle rappresentano uno spaccato di vita all’interno di un contesto di morte. Panaro, nella sua rappresentazione è riuscito ad evidenziare questo elemento attraverso tecniche di narrazione diverse. Nell’”Introduzione” da lui raccontata, è difficile riuscire a sorridere di fronte a gente cadaveri ammassati in fosse comuni o seppelliti a due o a tre in una sola bara.
Il registro, poi, cambia vorticosamente per la narrazione delle novelle. Gaudio e giubilo, che fanno pensare a quello che diventerà uno dei maggiori passatempi delle corti un secolo dopo, freschezza e divertimento, spensieratezza che solo la gioventù può vantare, coinvolgono lo spettatore che riesce quasi a sentirsi parte di quell’antico, ma non troppo, contesto.
Nessun abito particolare – camicia e pantalone nero – nessuna scenografia se non la pietra viva dell’Auditorium Vallisa, e due riflettori ad illuminare il narratore.
Un tipico spettacolo firmato Paolo Panaro da ascoltare e gustare per rivivere una pietra miliare della letterature italiana e mondiale.

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Commenti

  • lloped (utente non verificato)

    e si salvò soltanto l’aretino Pietro…con una mano avanti e l’altra dietro!!!!
    praticamente come siamo messi in PUGLIA