Romolo, sei grande

Antonella Ardito

Follia e ragione in una Roma sempre eterna

0 commenta

Una Roma a due facce, una classica e l’altra moderna, dove si intrecciano destini italici e germanici, dove la fine dell’impero romano d’Occidente, storicamente datata nel 476 d.C., si ritrova accanto i rumori e le paure della II Guerra Mondiale, del regime fascista in ritirata a Salò e un’Italia lasciata nelle mani dell’invasore tedesco. E così Romolo il Grande, la commedia grottesca scritta nel 1950 da Friederick Durrenmatt, regala per la Prima della stagione del Teatro Piccinni di Bari uno spaccato di riflessione su temi scottanti: il concetto della Patria, la corruzione dei costumi, la necessità del sacrificio per gli altri. Questo Romolo Augustolo non è l’ultimo imperatore di Roma, il fantoccio che i libri di storia bollano come l’artefice del crollo dell’Impero: Romolo è un eroe moderno e bucolico insieme, che nell’interpretazione splendida e spassosa di Mariano Rigillo è allevatore di galline, cultore dell’uovo perfetto, affossatore consapevole di Roma. Egli mette in liquidazione il suo impero, svende tutto, anche i busti dei suoi predecessori: tutti eccetto uno, quello di Romolo fondatore di Roma. Tutti scappano quando i barbari di Odoacre calano sulla capitale per segnare il nuovo corso, il buio e cattivo – almeno intellettualmente – Medioevo. Lui invece no, resta, come ha fatto per tutta la sua vita di imperatore in campagna: da solo affronta con il sorriso l’esercito di traditori pronti a pugnalarlo. Loro sperano così di salvare Roma dalla fine, di fermare con i soldi di un commerciante di calzoni l’avanzata delle truppe germaniche.

Il Romolo rappresentato da Durrenmatt è un pazzo romanticheggiante, legato ai valori di un passato che in primo momento ha vissuto e interiorizzato ma che poi, alla luce della storia, ha scelto di condannare sacrificando se stesso e le persone a lui care.
Vuole distruggere tutta la potenza di Roma perché è fondata sul sangue di migliaia di soldati e civili morti in nome del Dio Denaro. Ha sposato Giulia solo per compiere il suo disegno, porre fine all’ingiustizia suprema, ad un Impero corrotto e blasfemo, senza valori che non siano le monete tintinnanti. Sceglie di morire con il pugnale di Odoacre credendo che consegnar l’impero in altre mani sia l’unica strada per la salvezza del genere umano.

Non ha, però, fatto i conti con la vera natura di quegli stessi esseri umani che vuole salvare.
Quando, infatti, Odoacre gli si presenta davanti, la farsa trova il suo acme: il re dei Germani ha la faccia e la pancia del contadino, i calzoni e le bretelle. In realtà pure lui alleva polli, e della guerra, delle conquiste poco gli interessa. La finzione travalica la storia, e i due “sommi capi” si abbracciano e si regalano uno con l’altro il regno d’Italia e la pensione.
Tuttavia non c’è differenza tra i rispettivi popoli. I Germani sono ancor più sanguinari e smaniosi di potere dei romani e si prospetta un perpetuo capovolgimento di governi ma solo nel nome delle figure. La sostanza rimarrà invariata.
Entrambi, infatti, cederanno il passo ai giovani, a quel Teodorico che in scena è un imberbe soldatino e che la storia dipinge come un sanguinario pronto a tutto.
I quattro atti sono godibili, mai pesanti, lasciano sorridere e riflettere: Rigillo è un grande attore e si vede, con lui tutta la compagnia Due Effe che sta girando l’Italia con questa piéce.
Lo spettacolo è in programma fino a domenica 19 ottobre nell’ambito della stagione promossa dal Teatro Pubblico Pugliese: questo “Tempo Imperfetto” per una città che ha fame consapevole di teatro ha preso il via con certezza e vigore.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!