L’altra economia

E al mondo non esiste solo il capitalismo liberista
La Jak Bank (acronimo svedese di Terra, Lavoro Capitale) è una banca cooperativa svedese, fondata nel 1965, che ha abolito il tasso di interesse, sia sul deposito che sul prestito. Parte dall’assunto che il tasso di interesse, considerato usura, è uno strumento che sposta denaro dai poveri verso i ricchi; che l’interesse, applicando le leggi dell’economia, causi inflazione, disoccupazione e dissesto sociale e che favorisca progetti che tendono al conseguimento di alti profitti in poco tempo (speculazioni). Tutte conseguenze delle fondamenta su cui poggia la teoria capitalista. Ogni persona che vi aderisce acquisisce una singola azione della banca, e presta il proprio capitale che immette ad altri soggetti che ne hanno bisogno. Si crea così un legame fortissimo tra tutti i membri (famiglie, piccole imprese, comunità), che sono parte attiva della gestione. Ogni concetto di remunerazione del capitale è abolito, e quindi anche di utile bancario.
Lo scopo di chi porta i propri risparmi nella Jak Bank non è quello di farli aumentare, ma quello di metterli al servizio della comunità, per aumentarne il tenore di vita. Questo modello rivoluzionario è basato su un’economia reale, legata al territorio, che taglia fuori la finanza. Il contrario di ciò che accade oggi. Per i prestiti viene applicato un tasso fisso di interesse molto basso, che serve unicamente a ricoprire le spese di gestione (25 dipendenti su oltre 35.000 aderenti). Il sistema si regge su un equilibrio di punti di risparmio: quando il correntista immette capitale e lo lascia a deposito guadagna punti risparmio, quando chiede un prestito li consuma. Durante la restituzione del prestito è obbligato a risparmiare una cifra, in modo da guadagnare punti risparmio che gli consentiranno di pareggiare quelli impiegati. In questo modo, alla fine del mutuo, si troverà con una somma da parte, che nel frattempo è stata riprestata ad altri soci. I punti di risparmio, udite udite, possono anche essere donati, semplicemente, a chi ne ha bisogno. Qualcosa di inconcepibile per chi, come noi, considera il denaro più del proprio sangue. Si mette quindi in piedi un sistema di solidarietà che permea la comunità, e ne consente uno sviluppo sostenibile, dal quale traggono giovamento tutti quanti.
Il sistema del microcredito invece è nato nei Paesi in via di sviluppo, e viene incontro a coloro i quali si sostengono con piccole imprese familiari, che stentano a decollare, o a migliorare, a causa dell’indigenza diffusa. Si tratta di piccoli prestiti basati unicamente sulla fiducia riposta nel beneficiario. Il sistema funziona così bene che le Nazioni Unite hanno dichiarato il 2005 come anno del microcredito, e il meccanismo è stato importato anche nei Paesi industrializzati, per venire incontro ai cosiddetti “nuovi poveri”, cioè coloro che vivono al limite, e anche oltre, rispetto al livello di assistenza sociale. In questo modo si è offerta l’occasione di un riscatto per tutte quelle persone che, vistesi le porte chiuse dalle banche, avrebbero potuto vivere solo di elemosina. Ça va sans dire, la Banca è di proprietà dei poveri. L’ideatore della Banca dei Poveri, Muhammad Yunus, ha ricevuto il premio Nobel per la Pace.
Per concludere, l’economia senza moneta. E’, per ora, un metodo complementare a corto raggio che, eliminando la mediazione del denaro, obbliga gli aderenti ad intessere rapporti fiduciari e di solidarietà, per mezzo dei quali si scambiano servizi e beni. In Australia, Brasile e Giappone sono realtà consolidate, anche di dimensioni non trascurabili.
Se la teoria economica, massime quella capitalista, vede l’uomo in funzione dei rapporti con il denaro, e cerca di massimizzare il profitto personale, tutti i metodi visti finora restituiscono una visione attiva del singolo individuo, inserito in un contesto comunitario del quale può essere protagonista, e non un passivo consumatore o lavoratore, in balìa dei pochi che, invece, possiedono i mezzi produttivi e decisionali.
In Italia, con il cronico notevole ritardo che da sempre ci caratterizza, sono sorte le Mag, Mutua AutoGestione, basata sul rapporto fiduciario dei soci, i quali conferiscono lì il proprio denaro con il quale finanziano attività economiche autogestite o investimenti etici e culturali. Ne esistono a Verona, Milano, Roma, Reggio Emilia, Torino e Venezia. Anche in questo caso la Mutua è di proprietà dei soci, e non di ricchi speculatori che devono fare profitto. Sulla scorta dell’esperienza delle Mag si è anche costituita la Banca Etica, improntata ai principi (quelli veri) della Finanza Etica: “trasparenza, diritto di accesso al credito, efficienza e attenzione alle conseguenze non economiche delle azioni economiche”. Il fine della Banca è quello di “gestire il risparmio orientandolo verso le iniziative socio-economiche che perseguano finalità sociali e che operano nel pieno rispetto della dignità umana e della natura”. Per farlo si utilizza l’Ethical Screening, cioè la possibilità di investire o meno in attività giudicate secondo criteri etici. Una filiale sta per essere aperta anche a Bari.
Commenti
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Magari questo sistema si diffondesse in tutti i paesi e magari diventerebbe un sistema normale nell’economia mondiale.Però bisogna fare i conti con le grandi lobby che controllano il mondo attraverso la vendita delle armi o della droga o ancora più brutto il controllo dell’acqua.Mi pare che l’attuale sistema durerà ancora per qualche secolo,il tempo in cui l’uomo inizierà veramente a razionalizzare bene le sue scelte.






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