Cantet e la sua classe…tutta da scoprire

Angela Ragone

Ovvero, quando la classe non è acqua… ma neanche retorica.

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Sapendo che si tratta di un film francese, in molti si saranno aspettati il genere di storie che piacciono tanto alla patria dell’alta cucina e della ghigliottina. Ma se di charmant vi è poco in questo film, di stroncante invece c’è tutto. Di film sulla scuola se ne sono fatti tanti e alcuni anche italiani, dove a professori alternativi e anarchici si alternano insegnanti e alunni frustrati e cinematograficamente violenti. Tutti molto interessanti, pochi originali, nessuno veramente realistico. Perché a scriverli e a dirigerli sono verosimilmente uomini che ben poco ricordano della loro esperienza e che quasi nulla sanno delle nuove realtà adolescenziali. Quelle definite difficili e liquidate con una banale e semplicistica mancanza di regole che piace tanto a un certo tipo di pubblico medio borghese. Quelle storie che ognuno vuole intendere a modo suo senza mai capire davvero. Quelle stesse storie che pur essendo vissute nella realtà del quotidiano ci sfuggono proprio nella complessità della loro verosimiglianza. Una di quelle storie che nessuno come Cantet fino ad ora ha mai saputo raccontare in modo altrettanto sublime. Dove l’eccellenza in questo caso è totalmente demandata ad una pienezza contenutistica e ad una rara e illuminante consapevolezza morale, che sviscerando e allo stesso tempo alludendo, riesce a dire tutto quello che non è mai stato detto. Attori presi da una vera scuola di provincia della Francia, un insegnante per alcuni anni ha davvero insegnato come professore, una scuola che è visivamente onnipresente sullo schermo e nella mente di chi la vive ogni giorno, in “La classe” di documentaristico c’è solo il taglio registico.

Ma se documentario è tutto quanto si prefigge prevalentemente un intento informativo, questo film è piuttosto un piccolo trattato di filosofia e finalmente non spicciola. Un meraviglioso dissertare su una complessa e sfaccettata realtà che rimanda a questioni ben più grandi e basilari e che richiedono a loro volta analisi più profonde di una semplice buona volontà e buoni intenti. Il professor Bégaudeau – che professore lo è a tutti gli effetti – mostrato come la miglior possibile soluzione ad una situazione complessa, si trova a combattere con una verità mai presa in considerazione in nessun’altra opera del genere. La verità che non esistono verità assolute su alcun argomento e che talvolta la legge del male minore è dannosa quanto, se non più, quella del male peggiore. Una verità che porta a scoprire come non ci siano regole per imporre le regole, che non siano quelle scoperte e validate sul campo. Un lavoro davvero complesso, dove a dialoghi quantomai realistici e pesati parola per parola, si uniscono la freschezza di personaggi che sono veri perché se stessi e la difficoltà di un mondo che si svela lentamente – e mai fino in fondo – in tutte le sue trappole e pericoli. Un mondo che non si può far finta di ignorare e che richiede qualcosa in più – molto di più – che semplice voglia di cambiarlo. Un titano in cui si imbattono tutti e non è detto che vincano necessariamente i migliori, come il mite e lungimirante professor Bégaudeau che pur essendo il più motivato e il più idoneo forse all’insegnamento, non sempre risulta vincente. Un mondo che richiede soluzioni complesse almeno quanto la sua complessità di fondo è che non può esser catalogato in breve e con la certezza di esserne venuti a capo. Una sorta di cubo di Rubik, affascinante rompicapo che prevede miliardi di combinazioni diverse ma in cui solo una porta alla soluzione corretta e non sempre definitiva. Quello descritto dal regista è un affascinante universo in cui si ha l’impressione ogni volta di dover ricominciare tutto da capo e meglio, seguendo non solo i dettami del cuore e dell’istinto – in questo sono campioni i film nostrani, tutti core e ammore – ma anche e forse soprattutto una lungimirante comprensione della complessità che verosimilmente appartiene più ad una mente matematica e raziocinante. Un lavoro complesso, quello dell’insegnante che non solo è maestro di vita e di nozioni ma si riscopre ad essere risolutore di problemi difficili. Quelli che ogni giorno vanno risolti, soprattutto se si ha a che fare con moderni adolescenti. Più difficoltosi da trattare non solo per una minor presa nelle loro vite del concetto di autorità, ma ammettiamo anche per una maggiore diversificazione e sfaccettatura del mondo in cui abbiamo deciso di farli vivere.
La lucidità del film sta principalmente nel fotografare un realtà in modo impietoso e allo stesso tempo ammiccante, mostrando ma allo stesso tempo descrivendo con una capacità critica da esempio a molti sociologi, tutta la difficile enormità di un argomento del genere. Che non si risolve – né nella realtà né nel film – ma che piuttosto si conclude registicamente in un’inquadratura che, silenziosa, è un meraviglioso e poetico j’accuse alla violenza non dei tanti giovani disagiati, ma del nostro pensare a soluzioni senza esser capaci di vedere là dove con ottusità guardiamo.
Uno dei pochi film che sa parlare senza avvalersi dell’evocatività della fotografia, ma che con una sola inquadratura riesce ad essere più eloquente di tanti verbosi retorici maestri.
Un film in cui nessuno è nel giusto e nessuno sbaglia. Un film in cui, come nella vita, le cose accadono senza che l’eterna bilancia fra la legge e lo spirito della legge penda mai definitivamente da alcuna parte. Dove nulla è mai risolto e nulla è mai migliore. Dove gli uomini sono sempre se stessi trascinati dal flusso ineluttabile di quanto hanno contribuito a creare.
Un film, che si chiama vita.

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Commenti

  • fdmba (utente non verificato)

    Carissimi lerroti. avete notato anche voi come articoli di questo tono ed argomenti un pò più interessanti dell’ordinaria cronaca, non suscitano alcun commento? Nessuna giaculatoria, in specie da parte di quanti, abituali lacchè, son subito pronti e proni a fare cassa di risonanza di slogan se non di veri e propri sproloqui e vituperi. C’e di che meditare.