Enrico Dalfino: l’incredibile fra i Credibili

Fortunata Dell'Orzo

Pochissimi i Consiglieri presenti, segno di una vita che fu anche vero “scandalo” e rottura con un modo sbagliato di fare e intendere la politica

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Una cerimonia, un incontro, la tappa di un lungo pellegrinaggio: una comunità che si mette in esodo e che decide di attraversare mezzo mondo (in senso proprio) armata solo di un vero bastone da pellegrino, un legno chiaro e robusto di origine africana, per trovare quello che molti non si sognano nemmeno di cercare, anche quando credono di avere tutto.
A Bari questa fraternità di laici religiosi (ma è gente ariosa e libera, non ti fanno sentire un dannato se intuiscono che non la pensi come loro, anzi) è venuta a rendere omaggio ai credibili: Aldo Moro, Don Tonino Bello ed Enrico Dalfino.

Intanto è semplicemente magnifico che questo figlio di Bari, dalle fiere origini provinciali (Sammichele) ci venga ricordato e onorato da un gruppo di persone “estranee”, giunte in pellegrinaggio fino a qui per dircelo.
In una sala consiliare quasi completamente priva dei suoi legittimi abitanti (abbiamo visto soltanto Sabino de Razza, Filippo Melchiorre, Michele Fanelli, Paolo Marra, Michele Amoruso, Federico Pirro, Rocco Lagala oltre ad Anna Dalfino e chiediamo scusa se ci stiamo dimenticando di qualcuno) c’era un piccolo mondo per terra, con un bastone, quel bastone appunto, conficcato al centro.

Aldo Bertelle, il Presidente della Comunità, ci spiega il perché di quel viaggio, di quel bastone, di quel pellegrinaggio che in questa Italia smarrita e dimentica della sua stessa civiltà, ostaggio di quattro razzisti e di un paio di ragionieri deliranti, serve a ritrovare la “grammatica della cittadinanza” e a ricomporre lo specchio frantumato della polis. E qui in Puglia si omaggiano i credibili, coloro che non hanno avuto mai bisogno di alzare la voce per farsi ascoltare. Ed è un bel trittico: Aldo Moro, don Tonino Bello e, appunto, Enrico Dalfino.
Dodici tribù, come nella scrittura sono individuate le dodici tribù di Israele: i cittadini di oggi sono chiamati a censirsi, come la sacra famiglia fece più di duemila anni fa dopo quel famoso viaggio da Nazareth a Betlemme. E le dodici tribù sono: i Calunniati, i Contemplativi, i Coraggiosi, i Credibili, gli Essenziali, i Giusti , i Memori, i Rispettosi i Ricercatori, i Senza Utile, i Sognatori, i Testimoni.

Ognuno dei presenti inizia dunque a riflettere a quale delle tribù pensa di appartenere e inizia il fiume di testimonianze su Enrico Dalfino, con Michele Emiliano che lo ebbe come magnifico docente di Diritto Amministrativo e che non lo conobbe da Sindaco, essendo in quegli anni impegnato come giovane magistrato antimafia in quel di Agrigento, insieme a un martire della lotta alla mafia, il giudice Rosario Livatino, il giudice ragazzino che però ebbe il coraggio di diecimila guerrieri invincibili. E alla fine della sua testimonianza, Emiliano colloca Dalfino fra i coraggiosi.

E allora la credibilità di Enrico comincia a rilucere nelle parole commosse e intemerate di suo figlio Giuseppe, che a sua volta ridà voce umana all’articolo che Pino Gadaleta scrisse quando suo padre morì e che descrive il transito come una ulteriore ricerca di quella città ideale, fatta d’archi e di armonia, che Dalfino cercò di realizzare a Bari.

O nella fortissima rivendicazione d’amicizia e di prossimità che Ida Sorrentino, moglie di Franco Sorrentino quasi grida nella sua affettuosa e coraggiosa filippica contro coloro che, ad un certo punto, abbandonarono Dalfino al silenzio politico.

E Michele Fanelli, che a Dalfino ha intitolato un circolo Acli della città vecchia, ricorda quela solitudine politica e umana di un democristiano atipico, moderno ma intelligente e, appunto, coraggioso: al punto che il suo stesso partito finì per emarginarlo, ucciderlo politicamente, sperando (invano) che la città lo dimenticasse.

O ancora, Ludovico Abbaticchio, che nel 1990 era consigliere comunale del PCI, ricorda come Dalfino aveva in un certo senso spezzato l’alleanza di potere tra la DC e il PSI di allora, favorendo l’elezione a sindaco del comunista Pietro Leonida Laforgia ed in un certo senso anticipando le atmosfere dell’Ulivo. O quando, Laforgia già sindaco, si rifiutò di stringere la mano di Francesco Cossiga, emerito Capo dello Stato, in visita a Bari per il raduno degli alpini del 1993: un chiaro segno di dissenso e disprezzo per quell’imbecille, ingiustamente donato a Dalfino per non aver, nel 1991, obbedito volentieri all’ordine di chiudere in uno stadio, come fossero prigionieri in un lager, gli albanesi della Vlora.

E una giovane albanese, Alma, rivendica al suo popolo migrante d’aver meritato quell’accoglienza, d’aver saputo dimenticare un passato fatto di invasioni e guerre ingiuste, d’aver compiuto fino in fondo il disegno di quel ponte che unisce due sponde, sin nella carne.
Infine….le carezze al mondo. Un gesto, un simbolo, un programma e una promessa. Perché tutti andiamo via da quell’aula, che ospita un busto in bronzo di Enrico Dalfino, con la sensazione che lui sia stato lì tutto il tempo ad ascoltarci, a sorridere, a sperare, con noi, che essere coraggiosi testimoni del proprio tempo sia una delle cose vere per cui vale la pena vivere. E a volte morire.

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