Lentore (Rugiada)

Azis presente Riu Corale (hai presente Rio Corale) ? Si proprio quel fiume che oggi non si può neanche chiamare fiume visto che sembra una cicatrice della terra. Asciutto, pieno di sassi con qualche piccola fossa di tanto in tanto piena d’acqua. Ma, in tempos chi non fit che a como (non erano come adesso) , quel fiume, specie d’inverno, metteva paura a quanti si avventurassero a zumparlo (attraversarlo) . Perché come in Sardegna non ci sono molte strade adesso, non ce n’erano neanche allora: figuriamoci i ponti.
Era Autunno inoltrato quando Zuanne Piliruju (Giovanni dai capelli rossi) parti con la sua ebba (cavalla) verso il paese di Nenanjadas: aveva certi affari da chiudere, pagare il pascolo a Don Lolloi e ordinarsi due pantaloni e una zanchetta (giacchetta) da Pilisu, il famoso sarto. Pioveva e Lentore, la cavalla di cinque anni, luccicava sotto la pioggia, pure contenta di lasciare la stalla dove riposava da troppi giorni. Era abituata a quel clima, che piovesse o nevicasse l’importante era lasciare la stalla e lanciarsi nella strada. Su caminu (il camminamento) di Santa Restuda oggi è abbandonato, non ci passano più neanche le greggi che vanno per l’asfalto. Ma allora quella era la caminera più importante, che univa molti paesi attraversando le migliori pasture, dominarios e papariles (pascoli e proprietà e ademprivi).
E Zuanne, a cavallo, faceva la sua bella figura.Non timiat s’abba a caddu ‘e s’ebba (non aveva paura dell’acqua a cavallo della sua giumenta) , sembrava una una filastrocca ma era la verità, quando lanciava la cavalla verso il fiume, sembrava che l’acqua si piegasse alla sua volontà e lo accogliesse come una donna dentro di sé. Quel giorno aveva piovuto tanto che su Poju Mannu sconfinava e non si sapeva più dove fossero i confini del fiume: l’acqua dilagava sulla terra fino a quasi raggiungere le antiche terme romane. Zuanne esitava: no, non fit timore (non era paura) , non c’era paura nei suoi occhi, solo uno stupito aspettare che in qualche modo i suoi occhi riuscissero a leggere l’acqua che, verde e disperata, urlava mentre continuava a salire.
Le canne erano ancora al loro posto e sa caminera (il sentiero) che portava alla campagna era inghiottita dal liquido verde e azzurro. Colpo di speroni e briglie lasciate all’altezza del corpo: non ci pensò un istante a lanciarvi verso l’acqua. Era acqua cattiva quel giorno, femina mala (donna cattiva) che si negava e chiudeva ogni varco. Lentore galleggiava a fatica cercando con le zampe di andare avanti. Dae su montrigu (dalla collina) qualcuno guardava nella sua direzione, leppa (coltello) nella mano puliva canne. Lentore sbandava come colpita da qualcosa e Zuanne sentiva pesante sa bertula (la sporta) piena di cose da portare al paese, non poteva liberarsene e non l avrebbe comunque fatto.
Stringeva le gambe sul dorso del cavallo e cercava di comunicarle la fretta di andare avanti: su rellozu pariat frimmu (l’orologio sembrava fermo) , come se tutte le ore del mondo avessero deciso di passare insieme. Lentore non rispondeva, furioso il muso entrava e usciva dall’acqua, più stupito che impaurito, più irato che spaventato, mordeva il morso e non si dava pace: le zampe si agitavano penosamente, come una mosca in su tallaranu, unu tallaranu ‘e abba (una ragnatela d’acqua) , una ragnatela che niente poteva spezzare. Qualcuno guardava e lasciò cadere le cane per terra, alzò il dito e indico il cavaliere, veloci dae sos cuiles(dai loro ovili) uscirono gli uomini di Zuanne e corsero fino a dove l’acqua non faceva paura: Una fune urlò qualcuno, una soga ghetadeli (lanciategli una fune) , ma il vento si portava via le parole, un vento ladro in bardana, come una femmina mala.
Quando capi che non poteva fare nulla lasciò andare le briglie, Lentore ritrovò la sua natura e insieme ai cavalli d’acqua che galoppavano sulla ferita della terra, iniziò a correre: ed era così bello lasciarsi andare, come fosse anche lui diventato uno dei cavalli che correvano quell’Ardia (corsa di cavalli in costume) umida: come un Ardia, teneva alta sa Pandela (la bandiera) , perché nessuno potesse strappargliela di mano.
Dalla collina i suoi pastori si facevano il segno della croce, inginocchiati davanti al fiume come mille cavalieri guardavano i loro padrone sparire nel verde della schiuma ed era bello e serio, le mani sulle briglie e gli occhi davanti a guardare, senza paura, il cielo che era caduto in terra e che ora vi ritornava. Insieme a lui.
*Scrittore, poeta, curatore e ideatore di eventi culturali, collabora con i principali artisti sardi della Musica e del teatro. E’ stato paroliere per ilcompianto Andrea Parodi (ex tazenda) ed attualmente scrive per Elena Ledda
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