Mémoires d’un Communiste rangé (4)

Sisso
Foto di Alberto Petrini

Se siamo fatti a immagine di Dio, ebbene lui non andò in ferie ad Agosto

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Che qualcosa fosse davvero cambiato, che ci trovassimo di fronte ad una “svolta”, come si dice oggi, mi è stato chiaro solo quando mia cognata ha cominciato a parlare di suoi viaggi last minute in località dai nomi tanto esotici, quanto ormai comuni.
Quella stessa cognata che – guarda caso – non era mai venuta a trovar la sorella che viveva a circa 500 chilometri di distanza, perché considerato da lei un viaggio impossibile, troppo lungo e faticoso.
Ma che invece non si tirava ormai indietro da viaggi a Sharm-el-sheikt o New York o addirittura in Jamaica e non alla certo ricerca delle vestigia di Bob Marley.

Il turismo di massa ha preso piede.
Riempiendo completamente le nostre vite, nella stagione estiva, dove si parla solo di dove vai o dove sei stato.
Dove donne e uomini contano non per quel che sono, ma per “dove” sono stati. E se non sei stato da nessuna parte conti ben poco; non hai nulla da dire.

E un vecchio Comunista perbenista come me si guarda intorno stupito e – in fondo in fondo – incerto, domandandosi se sia un bene che tutti possano finalmente godere del piacere di un viaggio, anche lontano. Del tramonto su una spiaggia rossa a Creta o del vento che s’alza secco sulle mura di Gerusalemme.

Ma sorge il dubbio, un po’ dai racconti, o magari da qualche prova in un Club Med o un Valtur, che non si stia parlando esattamente degli stessi viaggi.
Vien su il sentore amaro, l’idea di fondo, che sia solo un business: il gran business del viaggio organizzato, del turismo ad ogni costo che impone la sua regola di mercato.

La certezza l’abbiamo scoprendo come questo gran viaggiare non sia uniformemente distribuito; come si viaggi – migranti con biglietto di andata e ritorno – soprattutto dall’Europa o dagli Stati Uniti, di come invece non viaggino, proprio per niente, le genti d’Africa o d’Asia Minore.
Se non una volta sola nella vita, con gommoni malandati alla ricerca di un mondo migliore che non c’è. Che non è poi semplicemente “altrove” e non è quello magico visto in Tv.
Quel mondo a cui tutti hanno diritto. Ma casa propria.

Già. Perché sembra che in un mondo globalizzato, di merci senza frontiere, anche la voglia di cambiare la propria magra esistenza, quella di buttar giù tutto per costruire un nuovo mondo, assuma i connotati del cargo, che ti porta via.

E a noi resta la logica di lavorar tanto, troppo, quelle 40-50 ore alla settimana, di viver viaggiando stipati in treni perennemente in ritardo, correre in lungo ed in largo per le autostrade rischiando la vita, perdendola alcuni, morti di “morte bianca”, per guadagnare quel qualcosa in più magari, per permetterci le agognate due settimane di ferie, il viaggio low cost, la meta più o meno esotica.

Facendoci consegnare mille euro da un “padrone della ferriera”, da restituirsi subito, a breve giro, al suo caro amico, magari sempre lui, solo con il diverso cappello di “padrone del vapore”, che ci porterà in crociera a Ferragosto.

E’ esattamente quello che vogliamo?
O non è meglio una vita più tranquilla, meno sfruttata, con tempi umani, con qualche viaggio in meno, ma di certo più lungo, lento magari, fatto quando si è giovani e si deve conoscere il mondo, seguendo un qualche sogno; invece di buttar soldi dentro un tour operator all-inclusive, macina miglia, per trovarsi lontano, chiusi in un hotel con l’aria condizionata, a mangiar tutti le stesse cose – “cucina internazionale” come si dice con molta autoironia.

Io viaggiavo a vent’anni, sporco con lo zaino in spalle, certo di dover partire, incerto sul ritorno.
Mia cognata viaggia a quaranta, con in valigia tacchi e gioielli e l’ossessione di dover far tutto in pochi giorni.
Credo sia giunto il tempo – bisticcio voluto – di riprendersi, di liberare anche i “tempi” della nostra vita.

Dio in fondo si è riposato dopo solo 7 giorni e non dopo 12 mesi; ad agosto.

(Per le altre puntate leggere qui)

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