Il fico e ferragosto
Riflessioni su federalismo e autodeterminazione dei popoli
Leggere al fresco di un grande fico è un buon modo per cominciare un caldo ferragosto.
Non so chi, come me, ha un grande albero di fico e/o ha voglia di leggere, ma io scrivo ugualmente.
In Italia, paese non scevro dalle inquietudini che attraversano ogni parte del pianeta, si è aperto da anni il dibattito sul “federalismo”. Il Prof. Miglio, paraisu! ci nci caccia, e il Senatùr Bossi, che il paradiso lo ha evitato per un soffio, da vent’anni hanno aperto questa discussione. Dapprima in solitudine e poi facendo proseliti prima nella società e poi nella politica. Oggi tutti, tranne qualche residuo come il sottoscritto, si dichiarano in qualche modo “federalisti”. Poi ciascuno aggiunge aggettivi di convenienza, il target di ciascuno però rimane uguale: “socializziamo le difficoltà e privatizziamo i vantaggi.”
Il punto filosofico dal quale parte il “federalismo”, come tutte le pulsioni profonde che comportano separazione e differenziazione, è sempre il medesimo: l’appartenenza geografica.
È del tutto evidente che l’essere vissuto in un contesto sociale spazialmente e temporalmente definito comporta che ciascuno di noi acquisisca usi, costumi, valori, lingua e modus vivendi che a quel contesto sono funzionale e da quel contesto sono in larga parte determinati. Ma è altrettanto evidente che ciascuno di noi è definito da una combinazione cromosomica che ci rende specifici e sostanzialmente unici come individui ma anche inesorabilmente appartenenti al genere umano, qualunque sia il posto nel quale lasciamo la respirazione acquatica e, con il primo vagito, passiamo alla respirazione aerea.
La considerazione dell’Uomo, in quanto animale sociale, in relazione al suo gruppo di appartenenza è facilmente rappresentabile ricorrendo al concetto di Matrioska.
Se ciascuno di noi dovesse scrivere il proprio indirizzo completo si troverebbe nella seguente situazione: cognome e nome (appartenenza ad un gruppo sociale che chiamiamo famiglia), indirizzo (appartenenza ad un ambito territoriale che chiamiamo quartiere), città, provincia, [regione], stato, continente, pianeta, sistema, galassia, universo.
Gli elementi non specificati sono entità geografiche di varia scala, ciascuna con le sue regole e le sue identificazioni. Tra parentesi quadre vi è il concetto di [regione] il quale, giustamente, non compare nell’indirizzo ma dovrebbe esserci considerato che il “federalismo” è, per l’appunto, una estremizzazione del “regionalismo”.
Chi, come, quando e perché sono stati definiti i confini di una regione è questione semplice per Sicilia e Sardegna, ma a me risulta assai ostico comprendere come abbiano fatto Emilia e Romagna a diventare Emilia-Romagna, “Abruzzi e Molise” a diventare “Abruzzo” e “Molise”, ma soprattutto “le Puglie” a diventare “la Puglia”!!!
L’appartenenza geografica non solo è fenomeno casuale, ma essa è anche variabile per parametri politici e personali. Quando arriva una donna incinta su una barca di clandestini e partorisce nell’ospedale di Brindisi si può dichiarare l’appartenenza di quel bimbo alla comunità brindisina?
Chi nacque a l’Aquila ai tempi di Abruzzi e Molise e crebbe a Campobasso dopo la scissione è Abruzzese o Molisano?
Ben si comprende come questa estremizzazione identitaria possa essere rovesciata nella Matrioska a qualunque livello, scatenando, in assenza del riconoscimento della comune appartenenza al genere umano, una processo conflittuale che viene bene espresso dalla “sindrome del beduino”: io contro mio fratello, io e mio fratello contro i miei cugini, io e la mia famiglia contro le altre famiglie della tribù, io e la mia tribù contro le altre tribù e così via per popoli e pianeti, in un conflitto perenne e senza soluzione di continuità, se non quella dell’Uomo Forte che riesce a dominare queste pulsioni.
Felice Besostri, nel suo articolo sulla attualità della questione caucasica, pone quindi il problema della “autodeterminazione dei popoli” ma, come spesso succede, cominciando dalla metà.
Quando si parla di “autodeterminazione dei popoli” si deve essere molto attenti, condivido la riflessione e la necessità di pensare dialetticamente. E la dialettica va usata nello spazio e nel tempo. E infatti mi vien di pensare: i popoli sono forse solo quelli del Caucaso? E l’Iraq? E l’Afghanistan? E la Palestina? E forse i Sioux e i Puebla, gli Algonchini e i Piutes sono stati lasciati liberi di autodeterminarsi?
E in Italia come la mettiamo con l’autodeterminazione dei popoli? E in Spagna? E in Irlanda? E in Tibet? E nello Sri Lanka? E a Timor Est? E gli Inuit? E i popoli dell’Amazzonia? E quelli del delta del Niger?
Se dovessimo fare una disamina delle “questioni etniche” e delle “questioni religiose” presenti sulla terra secondo i parametri di appartenenza sarebbe difficile uscire dalla logica degli “amici” e dei “nemici” a geometria variabile, ovvero misurati secondo l’interesse del momento.
La mia opinione è che queste argomentazioni così estremizzate non siano prive di interessi più biechi e inconfessabili. È molto più semplice “controllare” staterelli piccoli e poveri piuttosto che aggregazioni ampie e organizzate. E questo controllo non ha certo l’obiettivo di difendere usi e costumi o religioni e credi, molto più semplicemente ha l’obiettivo di assicurarsi i giacimenti di materie prime e di estendere mercati di consumo. Trovo infatti molto strano che le etnie e le religioni insorgano nelle aree geografiche di importanza strategica in un particolare periodo di tempo. Certo che a Ferragosto si ha poca voglia di pensare a questo ma, per fortuna, queste riflessioni non hanno scadenza.
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