L’eredità di Giuseppe Tatarella

Sorrentino, Di Staso, Di Cagno Abbrescia: ecco come e perchè furono scelti
Giuseppe Tatarella non ebbe figli suoi, almeno in costanza di matrimonio (e di altri nessuno ha notizia). Di Tatarella non esistono biografie obiettive: due ne sono state scritte ed entrambe si devono alla penna di due camerati fedeli ed affezionati.
Materiali per gli storici, però, ve ne sono in abbondanza e forse un giorno potrà essere scritta qualche pagina che non risenta del magnetismo che quest’uomo intelligente, non coltissimo eppure ricco di idee e iniziative, esercitava su camerati e avversari.
Anche chi vi scrive ne ha apprezzato le doti umane e politiche ed è stata ricambiata da stima e considerazione. Tatarella sapeva che non avrei mai mutato il mio sentire ideale, ma apprezzava le mie capacità professionali, lui che era un giornalista nato, lui che vedeva nella comunicazione non solo una formidabile arma di propaganda politica ma anche (e forse soprattutto) un mezzo per l’elevazione culturale e sociale dei cittadini e delle cittadine.
Di figli politici, specie nelle ore successive alla sua morte, ne sono spuntati a iosa: in realtà quelli veri e meritevoli sono stati messi subito da parte dal nuovo establishment del partito, e oggi che Alleanza nazionale è in coma irreversibile, siamo convinti che quei due o tre tatarelliani che avrebbero meritato di avere una chance di contare qualcosa nel partito, sono destinati comunque all’oblio. Li vediamo con difficoltà confluire in Forza Italia (il Partito della Libertà: non è un caso che Casini se ne tenga accuratamente alla larga). E Storace non ha futuro alcuno.
Ma perché parliamo di lui: perché una sua creatura politica, in realtà alquanto mal riuscita nel momento in cui lui è venuto a mancare, sta tentando di risorgere come prossimo sindaco di Bari, dopo la pessima prova da parlamentare (non conta nulla nemmeno all’interno del suo stesso partito ed è alquanto stitica la sua attività sugli scranni Parlamentari).
Fu Tatarella in persona a scegliere Simeone Di Cagno Abbrescia come Sindaco di Bari, Franco Sorrentino come presidente della Provincia e Salvatore di Staso alla Regione. Una tripletta di centro destra, che il tempo ha falcidiato, privandoci di due gentiluomini, in verità. Non aveva bisogno di parlarne con Silvio Berlusconi o con Gianfranco Fini. In Puglia era lui che comandava, con una seguito ed una aderenza da parte di alleati e camerati che la Poli Bortone se le può soltanto sognare.
Di Berlusconi apprezzava le doti istrioniche e molta politica al cavaliere gliel’ha insegnata proprio lui. Silvio lo vedeva come una sorta di stregone meridionale, che non si intimidiva di fronte a Bossi e al suo dito medio e che non arretrava quando il capo tribù leghista gli latrava addosso le sue stoltezze in fatto di federalismo razzista.
Il suo progetto di Oltre il Polo non mirava solo a sdoganare il vecchio MSI dal post fascismo al terzo millennio, ma anche e soprattutto a dare un’anima politica, popolare e sociale allo squalismo di Forza Italia e al razzismo della Lega.
Se lui non fosse morto così presto, Oltre il Polo sarebbe stato sicuramente altra cosa rispetto a questa fusione a freddo fra Aenne e FI, con il peso politico della prima ridotto praticamente a zero e con il territorio spoliticizzato completamente dall’aziendalismo di stampo berlusconiano e la follia degli autonomisti di varia matrice, nordista o siculo-mafiosa che sia.
A suo tempo, lui scelse Franco Sorrentino per dare al vecchio polemista liberale, antifascista serio, colto sperperatore del patrimonio che padre e nonno avevano accumulato con i formaggi, la soddisfazione d’aver almeno una volta della vita ricoperto un ruolo istituzionale, dopo aver inseguito per anni il sogno (coltivato anche per mezzo della famosa trasmissione Francamente della tv rigor mortis RTG) d’essere sindaco di Bari, città che amava a modo suo fra nostalgie d’un tempo ormai passato e impossibili paragoni con le numerose metropoli che aveva visitato durante la sua vita.
Sorrentino, che non amava moltissimo Tatarella che anzi più di una volta aveva pubblicamente svillaneggiato soprattutto per quel suo essere un parvenu del tavoliere delle Puglie, un “cozzalo” insomma, sbarcato grazie alla politica sino alla platea nazionale (e che platea!) accettò in cambio di una sua sostanziale libertà di azione e di parola in seno alla giunta provinciale, dove in pratica non aveva in alcun modo becco nelle faccende amministrative che lasciava volentieri agli assessori, tutti scelti personalmente da Tatarella.
E Poi ci fu l’esperienza in regione di Salvatore di Staso, altro uomo scelto da Tatarella per guidare un centro destra arioso e armonico (lui, il Ministro dell’Armonia), un docente universitario di Prestigio, uomo di rettitudine addirittura leggendaria, studioso e docente amato dai suoi, lavoratore instancabile, dalle ampie visioni (sua è l’idea della Puglia regione di frontiera).
Anche Di Staso, politicamente, è figlio di Pinuccio Tatarella: fu scelto per dare alla Puglia una testa che non fosse solo partitica o strettamente politica e per dare corpo e idee all’Oltre il Polo su cui stava riflettendo con passione e costanza e per il quale aveva rinverdito l’attività editoriale e giornalistica.
Simeone è il più debole della tripletta Tatarelliana: intanto gli mancano la cultura di Sorrentino e la saggezza e la competenza di Di Staso. Il suo doppio e famoso cognome non gli restituisce l’allure della dinastia cui appartiene. Nasce politicamente come repubblicano e tenta, senza riuscirci, d’essere eletto al Senato in una delle ultime legislature prima dell’era berlusconiana.
Tatarella, però, lo vede possibile sindaco di una città che è reduce da una consiliatura disastrosa (nel 1995, il sindaco Giovanni Memola viene arrestato mentre sta per ricevere una delegazione che visita la città di Bari in vista dei prossimi giochi del Mediterraneo: è la famosa Operazione Speranza, durante la quale finiscono agli arresti due ex ministri come Rino Formica e Vito Lattanzio. Ma tutto, come si ricorderà si conclude con 22 mesi a Francesco Cavallari che collabora con la giustizia e svela tutta la complessa vicenda dei clan assunti nelle “case di cura riunite”).
Di Cagno Abbrescia è fuori dalla politica, intesa come attività all’interno dei partiti, è ricco abbastanza perché la gente vi si identifichi per simpatia o per sospettare che rubi.
Ha un’aria simpatica, molto in linea con l’immagine che si va formando nell’inconscio collettivo dell’uomo o della donna politici: belloccio senza essere travolgente, banale per non spaventare, simpatico come il vicino di coda alle poste, in grado di pronunciare dei sublimi luoghi comuni senza una spiccata cadenza da Nderr alla Lanz.
Carisma, zero o anche meno, ma non serve, pensa Tatarella, che forse avrebbe avuto il diritto di essere lui il sindaco della città che amava tanto (ma lui era già stato vicepresidente del Consiglio nel Primo governo Berlusconi).
Finchè ha vissuto (è stato anche assessore alla cultura con Di Cagno Abbresca, poi vacuamente sostituito dalla Prof. Angela Filipponio, sua moglie) Tatarella orientava abbastanza bene Di Cagno, che vinse la prima volta contro un’inconsistente candidatura del Centro sinistra e bissò nel 2000 contro Beppe Vacca.
Con la sua morte, tutto il portato innovativo del suo pensiero che avrebbe creato una destra italiana non autoritaria e politicamente solida, si è disperso nel nulla. Il Berlusconismo (che resterà anche dopo Berlusconi) è oggi il movimento politico che lungi dal rappresentare le istanze autenticamente sociali di cui Tatarella sentiva l’urgenza, porta in sé un misto di aziendalismo, demagogia, populismo e garanzia di lobby e poteri forti.
Berlusconi è il suo profeta e Simeone Di Cagno Abbrescia (con altri) uno dei tanti mullah che ne seguono pedissequamente il verbo. Pinuccio non ne sarebbe affatto contento.
Commenti
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Oltre alle doti di giornalista, che anche Tatarella riconosceva chiamandola alla collaborazione nel “Roma”, Fortunata ora unisce doti sovrannaturali da medium e ci fa conoscere il Pinuccio-pensiero dall’oltretomba.
Sono curioso di conoscere se abbia intervistato il nostro comune defunto amico anche sulle capacità di Emiliano… -
Dice il proverbio: “la carna trist’ non la vol nemmang’ crist”. Forse qui c’è la spiegazione della prematura dipartita di Tatarella, di Di Statoe di Sorrentino, mentre DCA e Aziendabari non hanno nemmeno un raffreddore.
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Allora tu ed Emiliano sarete immortali!!
:-)) .-)) -
Probabilmente come sostiene la Direttora se l’On.le Giuseppe Tatarella fosse ancora in vita il progetto nascosto dell’indiscusso Leader del MSI-DN e più tardi di Alleanza Nazionale non sarebbe il partorendo PDL,ma ben altra cosa.Dopo anni di sofferta e onesta militanza nel MSI-DN molti uomini di destra,giammai camerati avrebbero pensato di dover morire da democristiani o socialisti.
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Non perchè morire da democristiani o socialisti rappresenti chissà quale oscuro male,ma perchè per coerenza il nato tondo non potrebbe e/o dovrebbe morire quadro. Tuttavia la caduta del muro di Berlino ha rappresentato la fine della politica in senso stretto e le pessime leggi elettorali intente a promuovere il bipolarismo hanno segnato la definitiva morte di essa.
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Del resto da troppo tempo ormai non si assiste più a quegli aspri ma sempre corretti confronti tra uomini politici del calibro di Giorgio Almirante,Enrico Berlinguer,Gianfranco Fini e Massimo Dalema.Il PD e il PDL appaiono appiattiti e identici,tanto che a distinguerli sembra sia solo la consonante “L”.Ad entrambe le compagini partecipano uomini che in passato avevano militato altrove e che oggi per mero opportunismo dichiarano la loro appartenenza altrove.
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Sarà che le vie del Signore sono infinite o che tutte le strade presto o tardi conducono a Roma? C’è chi guarda al PD e al PDL come una opportunità “non comprendo per cosa o per chi” e chi come il sottoscritto li ritiene artefici di un disastro politico-culturale. Triste per un uomo di destra e/o di sinistra “non nostalgico” sapersi rappresentato da chi in altri tempi era dall’altra parte della barricata.






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