Memoires d’un Communiste rangé (1)

Sisso

Perchè forse è tornato il tempo per praticare un sano “moralismo”

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Forse perché mia figlia, ormai ventenne, è partita per la Catalogna.
Forse perché sono reduce (per lavoro, lo giuro, per lavoro!) da un’indigestione di cultura giovanilista, troppo per il mio stomaco vecchio, proprio al Sonar di Barcellona, il festival della musica progressiva, una sorta di rave istituzionalizzato e colto di cui vi parlerò magari ancora. Ma mi ritrovo a pensare a quello strano fatto di cronaca, in Costa Brava, a Loret de Mar.

E di memoria parlo perché non ho la stoffa e i meriti del cronista. Non so scrivere di getto, pronto e immediato, di quel che accade, ma ho bisogno di attendere che i fatti diventino memoria, posandosi, di pensarli, leggerli e rileggerli, nelle mie notti solitarie, sulla terrazza a bere rum lento di Medellin.

Siano stati tutti a vent’anni in Catalogna, in Costa Brava, a viver la notte che arriva tardi, mangiar tapas, aspettare l’alba al Montjuic. Abbiam fatto l’amore, trovato donne, bruciato estati.
Ma la strana sensazione, di gran disagio che sento, leggendo e pensando, è quasi quella che qualcosa sia avvenuto nel frattempo, come uno scatto, un click, o, per dirla con enfasi superflua, una rivoluzione copernicana, e che i giovani delle cronache di oggi siano diversi da noi, come eravamo, pervasi da una smania infausta di consumo, anche per gli affetti.
La sensazione di disagio, e mi perdonino davvero tutti quelli che potrebbero sentirsi offesi nel dolore per le mia parole, che giuro parlano di me più che d’altri, è che una strana cultura del trovar sesso per una sera in qualche disco-bar, sia ormai dominante e che esista anche a vent’anni, un’enfasi del turismo sessuale, del divertimento ad ogni costo, che a me non appartiene più, non mi è appartenuto mai.
Già perché la domanda è cosa facessero, cosa cercassero, cosa facciano in questo momento in Costa Brava, a Mikonos, ad Ibiza od altrove coppie, gruppi dello stesso sesso, che si muovono per trovar in vacanza un’occasione, una storia, con la garanzia del mordi e fuggi.
Donne bellissime, ragazzi in fiore, che rifuggono dall’impegno di una coppia, nascondendosi, nella loro città e corrono a cercar qualcosa altrove. Più verde, come l’erba di ogni vicino, ma a volte, drammaticamente, rossa.
E non del rosso delle nostre bandiere.

Sembra quasi veder emergere il gran vuoto affettivo di comportamenti alla moda, di cliché proposti da telefilm made-in-USA, dove belle donne, ma son sempre tutti troppo belli sullo schermo, giran la notte alla ricerca di qualcuno che riempia il loro letto, che riempia il vuoto dei loro cuori, per poi rimanerne immancabilmente deluse.
Quasi non si rendessero conto che non può non essere importante dove cerchi l’amore, che i principi azzurri cavalcano lungo il fiume, governano città e castelli, e non vanno bere da soli la sera in qualche bar.

Moda.
Parlo di moda perché son certo le mie parole sembreranno irreali o false; molto di quel che ritieni retaggio di una cultura, di una visione del mondo, che come ogni cultura si traduce in un modello di vita, in uno stile, un linguaggio fatto di segni esteriori, altro non è che solo l’insieme vano di quei segni. E capita quindi di veder in giro una ragazzetta vestita, svestita magari, in modo esageratamente sexy, che sembrerebbe dire “Prendimi-prendimi!”, ma che scopri poi esser combinata in quel modo così perché è “di moda”. Che lei, povera, è solo la piccola ingenua che la sua età giustamente vuole.

E quindi passa un modello disaffettivo, quello del mercato globale e dell’Amerika con i suoi 50 stati, la sua precarietà volatile nel lavoro, la necessità di passar un anno in Florida, due in California e poi 6 mesi di corsa nel Jersey, di rompere con le proprie radici, la propria famiglia, di esser soli, nelle casette di legno usa e getta.
Liberi per il lavoro, liberi per essere sfruttati, vendendo al Mercato anche il proprio cuore, anche l’affetto. Libere galline tra libere volpi, disse una volta Fidel.
Un modello del lavoro che ha bisogno di proporre una cultura dello Speed Date, che si fa moda ed entra per traverso alla nostra, che forse ancor non digerisce quel livello raffinato di sfruttamento.

Che tristezza veder le nostre figlie stipate sugli autobus di Santorini, dove salivano solo le turiste inglesi, attempate, a farsi toccar il sedere dai pescatori greci.
Le vorrei con un compagno, quello di sempre, di tutta la vita futura, davanti a dei libri, a teatro o a un concerto, a parlare fino a notte tarda dei propri sogni, di un mondo migliore, di un amore nuovo e diverso, fatto di uomini e donne insieme che pari sono.
Le vorrei che riescano, loro, dove io ho fallito.

But take your time, think a lot
I think of everything you’ve got
For you will still be here tomorrow
But your dreams may not.

Sono un moralista fin-de-siècle, lo ammetto.
Ma sorrido sornione, dal tavolo del mio bar in piazza, vedendo passare i segni malcelati del Capitale, che vogliono nascondersi, confondersi nella folla di tutti i giorni, ma che io riconosco, con questo grosso naso, dall’olezzo dei soldi.

Altri diranno sei solo vecchio e lo sono. Ma ho una memoria (storica? Forse) e la userò.

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Commenti

  • fdmba (utente non verificato)

    “altri diranno”….appunto, altri! e ben vengano, in tanti, ad usare della tua, della mia, della nostra memoria generazionale. Abbiamo fatto!, poco o molto non importa, in questi nostri anni convulsi ed oggi ci tocca di trasmettere, trasferire, sottoporre alla critica dei nostri figli il vissuto nostro:le gioiose utopie, gli esaltanti affanni per conseguirle,la scalata del massiccio della trasformazione per dare l’assalto finale al cielo,

  • SANTINI57 (utente non verificato)

    sono d’accordo,con questa analisi logica….ma,sono anche gli adulti,che con i loro divieti,fanno in modo che i giovani cercano la trasgressione altrove……forse ci vorrebbero meno divieti e più libertà,in fondo anche noi siamo stati giovani,ed anche a noi non piacevono i divieti che colpivono la nostra libertà……..