12 attori in cerca di un finale
Un film riuscito solo a metà che si perde nel finale
Il film del 1957 di Sideny Lumet è indubbiamente un capolavoro della filmografia d’autore e non solo per un meraviglioso Henry Fonda, ma per tutti i co-protagonisti di cui si avvale (grandi attori e anche eccelsi interpreti teatrali). Un film in cui per 97 minuti la tensione rimane altissima, nonostante l’azione sia concentrata in una piccola stanza di tribunale in cui 12 persone devono decidere della sorte – vita o morte – di un ragazzo accusato di omicidio.
Allo stesso tempo un sagace affresco della cultura americana dell’epoca e una feroce critica a un sistema troppo spesso qualunquista nel far pendere l’ago della bilancia di madama Giustizia. Un film insomma irripetibile. Ma che forse proprio per questo deve aver stuzzicato – e a ragione – la brillante fantasia di un regista come Mikhalkov, che di questo film è sceneggiatore, regista, produttore, attore. Un impegno notevole, che lo ha portato a rivedere la trama originale aggiungendovi uno spaccato di vita dell’imputato, la cui storia si lega a uno scenario storico-politico che riguarda in parte l’odio dei russi per il popolo ceceno.
Complesso l’intreccio, affascinante il montaggio, inaspettata la risoluzione finale, zoppicante la morale del film, non si può certo dire che di spunti ce ne siano pochi. A cominciare dalla fotografia, che a primo impatto volutamente ricorda i freddi e nostalgici paesaggi russi così come descritti da molta parte della letteratura classica. Immagini pregne di rimembranze dostoevskijane che si susseguono con un ritmo coinvolgente e a tratti positivamente atipico richiamando alla mente i paesaggi nordici della malinconica Russia.
Inquadrature che accarezzano il giovane ceceno ricordandoci ad ogni istante che è su di un piccolo fragile impaurito essere umano che 12 uomini sono chiamati a pronunciare un verdetto di carcere a vita. Immagini incalzanti che frenetiche ci parlano di due storie, due mondi, due vite differenti. Attori impeccabili e quantomai bravi nella caratterizzazione di tanti e così diversi personaggi che allo stesso modo si contendono e spartiscono la scena, così come il ruolo da protagonista. Un intreccio umano, psicologico – anche se forse non sempre chiarissimo – che non resta mai in secondo piano rispetto alla trama nota a tutti. Un buon film con un buon cast e un buon ritmo a cui però forse manca quella cattiveria necessaria a renderlo grandioso.
Quando ormai si è convinti che sia arrivata la fine ecco uno dei giudici porsi una domanda fatale, che nella conclusione ricorda molto il discorso paterno fatto all’inesperta Kidman nel film “Dogville”. Contrazione dei muscoli facciali. Cambio programma, licenza poetica sul finale originale. Nessuno fiata, sembra il pubblico essersi fatto più silenzioso. Questo è il momento esatto in cui c’è una sottile linea d’ombra che divide le possibilità in due soli probabili esiti. Uno di questi è il tocco di genio.
Eccolo che arriva senz’altro (“mio Dio che poeta, Mikhalkov!”, mea culpa confesso di averlo pensato per un attimo e con tanto di punto esclamativo). Questo è il momento in cui l’allievo supererà il maestro.
Lo stesso istante in cui lo spettatore ha il tempo di capire – sufficiente per deluderlo di tutto un ottimo lavoro durato circa due ore – che l’esito non sarà, purtroppo, quello.
Imbarazzo, fugace sensazione di aver perso tutto il senso del film.
Una minuscola gigante scena che travolge chi guarda e stravolge il finale di una storia che poteva esser degna – ed è impresa quasi sempre sovrumana – di essere chiamata remake d’autore. La stessa scena per cui i rimandi ad almeno due film agli antipodi balenano in mente quasi d’istinto. Insomma, il momento in cui non sovvien l’eterno ma un tipico banale ammiccante finale all’americana. Non quello d’altri tempi in cui una meravigliosa Gloria Swanson scendeva immortale ed eterea le scale di una villa sul Viale del Tramonto. Ma uno di quei finali alla “Entrapment” o anche – purtroppo – alla “Ocean’s eleven” che tanto piacciono al grande pubblico (proporzionalmente a quanto atterriscono quello di più modeste dimensioni). Si spera fino all’ultimo che qualcosa avvenga – a questo punto di molto tragico, per compensazione. Si dà per certo che qualcosa accadrà, affinché si ribilancino le sorti di un film che si va sciogliendo di fotogramma in fotogramma sotto gli occhi di un incredulo spettatore.
Un’altra scena. Tutto è perduto.
Le citazioni – perfino “Dick Tracy” – non si contano più. I rimandi alla letteratura – e questa volta non certo dostoevskijana – cominciano a infittirsi. Il regista perde il filo del buon gusto e sceglie piuttosto un finale alla “Forum”. In cui c’è la morale della favola e anche il monito a chi guarda a esser buoni e coraggiosi. E poi per fortuna i titoli di coda.
Questa volta giunti si direbbe apposta a salvare la storia dal ridicolo. O dal facilmente lacrimevole. Che in certi casi è lo stesso.
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