Michele Fazio, sette anni per vedere le donne ai balconi

Antonella Ardito

E’ finita la pacchia, mettetelo bene in testa: la rabbia diventa monito per cercare la via della legalità

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Quel monumento firmato Colon, quella mano di bronzo e quella colomba che oggi hanno un piccolo recinto, delle piante che crescono tutt’intorno hanno un significato che vanno oltre il semplice ricordare. Strada Amendoni, Bari vecchia, due passi dall’Arco delle Meraviglie, altri due verso la Cattedrale: Michele Fazio il 12 luglio 2001 trovava la morte sulle scale di casa, colpito dal fuoco incrociato della guerra di mala. Oggi come ogni anno la piccola ma speciale cerimonia che Lella e Pinuccio, due genitori coraggio in una Bari capace ormai solo di crescere i suoi figli a parolacce e 100 euro, continuano a tenere. Una poesia, delle canzoni firmate dai ragazzi della scuola media Tanzi di Mola di Bari per descrivere quello che Michele faceva, la sua vita di barista e di bravo ragazzo. Poi spazio alle parole: Pinuccio sprona tutti, “non siamo soli, la criminalità si può distruggere e noi non dobbiamo avere paura, dobbiamo pensare al futuro dei nostri figli”.

Parole che sono vere, non frasi fatte: sulla corte dove Michele ha giocato bambino oggi ai balconi qualcuno si è affacciato: la curiosità tanta, i panni stesi e profumati anche. Facce di donne che a quarant’anni sono già nonne, ragazze di vent’anni con in braccio tanti frugoletti, bimbe di nove anni con le borse della spesa e il fratellino più piccolo nell’altra manina. Questa Bari distante anni luce da quella patinata e radical chic esite nel borgo antico e in tutte le periferie, interne ed esterne della città: è un terreno delicato, vergine, dove la malavita strappa i figli ai grembi di madri ancora troppo consenzienti. “E’ finita la pacchia, mettetelo bene in testa – urla Lella Fazio in dialetto barese, per farsi capire bene da quelle madri che nulla fanno perchè i figli seguano una strada diversa dal crimine- non tappiamoci le orecchie e la bocca, non chiudiamo gli occhi, se io sto qua, a Bari vecchia, c’è un senso”. Quella di Lella è una sfida, a tutte quelle che la incontrano per i vicoli del borgo e colpevoli, perchè hanno visto, perchè sapevano, hanno sempre taciuto sui colpevoli della morte di Michele e abbasano lo sguardo o che poco lontano da casa di Michele fanno spallucce come a dire “che vuole quella là”. Sono le stesse donne, mogli e nonne, madri e amanti, che continuano a trattare Bari vecchia come il loro regno, con le chianche pulite e la Smart sotto casa anche in zona pedonale, a dispetto della rivoluzione genitle della Ztl. Un regno fatto di affari sporchi, di droga e di racket e tanta usura, e che ora è in affanno rispetto alla malavita di Enziteto o di Carbonara, ma che è sempre presente con la sua boria e le canzoni napoletane a palla.

Michele Emiliano ha ringraziato Lella e Pinuccio Fazio per la collaborazione continua con l’Agenzia alla Lotta non repressiva della Criminalità organizzata del Comune di Bari, “per essere andati nelle scuole a parlare con migliaia di ragazzi. Queste non sono fesserie ma atti di amore per la Città; loro hanno indirizzato la rabbia comprensibile e giusta per la morte di Michele verso la comprensione, cioè far capire agli altri perchè è sbagliato essere uomo o donna che vive del crimine”.

Anche don Tonino dell’Olio di Libera ha voluto essere a Bari: “quando ho chiesto indicazioni per arrivare qui a casa di Michele un’anziana signora mi ha detto in dialetto ‘ancora ricordate?’. Guai se smettessimo di farlo, e guai a dimenticare che chi ha ammazzato Michele ha semplicemente firmato la sua condanna e la sua sconfitta, perchè quella scelta di vita è sbagliata”.

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Commenti

  • lloped (utente non verificato)

    forse quella gente che vive nella città vecchia con le smart sotto casa è ancora utile a qualcuno……forse quella gente serva a qualcuno…..
    qualcuno che non ha voglia di insegnare a quella gente che Bari non è solo furti,scippi, moto che si impennano, clan malavitosi.
    Bari è fatta di gente che soffre e vive onestamente!