Requiem per il Lavoro

Fortunata Dell'Orzo

Ogni giorno è come ascoltare un bollettino di guerra, ma non cambia nulla

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I Sette della Thyssen, i Cinque di Molfetta, i Sei di Mineo. Sul lavoro si muore sempre più spesso a grappoli. Nella morte si ritrova la comunanza e la prossimità che in vita si è dispersa nella parcellizzazione individualista dell’oggi. Si muore sempre più come in miniera.

Nessuno riesce a fermare la strage, ormai possiamo dirlo. Sempre più solitaria e inascoltata la voce del Capo dello Stato, nell’assordante silenzio di un paese smarrito, confuso, affastellato di sciocchezze e turpitudini. Nell’Italia drogata dalle stupidate televisive o della rete globale (che ne è piena), figuratevi se si ha tempo di organizzare una protesta, una manifestazione, uno sciopero come si deve.

Sei morti e a piangere sono solo le famiglie e gli amici. Sei morti nel fango fetido di una vasca da depuratore: contrappasso infame di questa società dello spreco e della monnezza. Per vivere a Gomorra, assolutamente, non occorre andare a Scampia.

Sei morti e nessuno che si chieda strutturalmente dove sta l’inghippo, la fregatura, il blocco che impedisce all’Italia di onorare il primo articolo della sua Costituzione. Sei morti che non riescono ad avere più peso del caro gasolio, della scuola a pezzi, del sistema mediatico asservito e sfilacciato e che pure sono frutto e premessa di tutto questo.

Sei morti sfortunati d’essere morti in una civiltà tanto complessa da aver perso la capacità di leggersi e leggere il proprio (prossimo) futuro. Sei morti in una nazione senza più politica. Doppiamente invisibili perchè negati nella loro stessa essenza. Operai, e perciò stesso nullità nell’organizzazione post classista che ha raggiunto l’eguaglianza negando l’ingiustizia e non cancellandola.  Operai, gente che si distingue dalle altre per titolo di studio o per reddito, e per nient’altro.

Operai, non più classe e non ancora persone. Non certo in paradiso o all’inferno, come titola un autorevole collega,  ma semplicemente nel limbo del non diritto, della non essenzialità.  Operai, lavoratori, precari o meno, gente che ha ritrovato una propria identità, un proprio senso in quell’ultimo abbraccio nel fango maleodorante di un depuratore. In una fogna, insomma.

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Commenti

  • robba86 (utente non verificato)

    Ho la pelle d’oca dopo aver letto questo articolo. Complimenti davvero…

  • Colt45 (utente non verificato)

    Forse i sindacati sono troppo intenti ad amministrare i fondi pensione dei lavoratori per occuparsi di queste cose. Per fortuna se ne occupa la Marcegaglia (recentemente un infortunio mortale nelle sue aziende) che ha respinto ogni aggravio delle sanzioni per i padroni che non curano la sicurezza delle loro imprese.

  • mlml87 (utente non verificato)

    400 morti sul lavoro per quest’anno.
    Sono se sono in gruppo, solo se sono almeno 4 alla volta se ne parla .
    Poveri morti e povere famiglie soffocati da pseudo notizie.
    Si parla a sproposito di sicurezza per i cittadini mentre muoiono ogni giorno persone che hanno il torto di andare a lavorare.

  • mlml87 (utente non verificato)

    Ricordo che quando avveniva una morte sul lavoro si fermava una città.
    A tutti appariva una cosa orribile, irripetibile.Perchè non più così?

  • emigrato66 (utente non verificato)

    Io credo che non si debba prendere spunto da fatti cosi’ drammatici per continuare a puntare il dito contro gli altri visto che queste situazioni nascono prima di tutto in casa propria;quanta gente sotto forma di stage, praticantato e tirocinio viene sfruttata sistematicamente, senza retribuzione e tutele previdenziali ed antinfortunistiche facendo la fortuna di chi si riempie la bocca di frasi ipocrite.Il vero cambiamento parte da se stessi!

  • SANTINI57 (utente non verificato)

    per me devono essere i sindacati di fabbrica,che devono controllare e far applicare le norme antifortunistica….e devono denunciare con lettera all’ispettorato del lavoro,i casi in cui la ditta non li applica…