A Gomorra la capa gira

Angela Ragone

Illustri fratelli maggiori per il lavoro di Garrone tratto dal romanzo di Saviano

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Uno dei film così atteso dal pubblico che perfino chi non è frequentatore abituale delle sale cinematografiche non ha potuto esimersi dal vederlo. Gomorra è stato senz’altro uno dei pochi esempi a Cannes di applauso e plauso meritati. Al punto da aggiudicarsi – ex aequo col film di Sorrentino “Il divo” – il gran Premio della Giuria. Un pari merito che fra l’altro non si verificava dai tempi de “La classe operaia va in Paradiso" di Elio Petri che vinse assieme a “Il caso Mattei” di Francesco Rosi la Palma nel 1972.
Tratto dal libro di Roberto Saviano, il film di Garrone – come d’altronde tutti gli altri suoi film – non è certo un esercizio di stile. Girato con assoluta consapevolezza della macchina da presa, che sottolinea la realtà di per sé fin troppo brutale, “Gomorra” prende vita e viene girato interamente in uno dei quartieri off limits di Napoli, Scampia, che per filosofia di vita molto ricorda il capolavoro di Fernando Mairelles, “City of God”. E che di certo a Cannes può aver sconvolto molti fra i presenti, ma che in realtà in Italia arriva non come rivelazione ma come semplice narrazione di una realtà fin troppo conosciuta. Un film senza dubbio forte, realistico non solo per il contenuto ma anche e soprattutto perché girato proprio a Scampia – così come fu per Meirelles che entrò scortato dalla polizia proprio nella favela di Cidade de Deus – e perché racconta di bambini che non lo sono mai stati e che devono scegliere fin da piccoli da che parte stare. E che qualunque sia la scelta, non staranno mai dalla parte giusta (e che anche in questo è molto simile al film di Meirelles). I meno abituati alle storie forti – o quelli che vogliono credere che la nostra realtà sia la migliore possibile – di sicuro hanno visto qualcosa che li ha scossi dal profondo. E anche gli appassionati di cinema non possono non riconoscere che “Gomorra” è pur sempre un bel film e ben girato. Ma anche in questo caso non potranno fare a meno di fare illustri paragoni e di pensare che in fondo rispetto ad altre vere storie di ghetto, questa non giunge affatto nuova né peraltro è la più forte. O forse, a non scuoterli sarà pur sempre il fatto che il pubblico nostrano è così abituato alle sue sconvolgenti realtà, da chiedersi dove sia la novità o la bellezza di un film simile. E in effetti quest’ultimo film di Garrone a tratti sembra fin troppo simile non solo al suo predecessore portoghese ma anche a un fratello minore girato proprio a Bari che di certo non ha la sua sapienza linguistica a livello cinematografico, ma che in fondo raccontava un stessa identica truce verità. Posti diversi, stessa violenza. Certo l’inquadratura finale del film Gomorra ne vale mille di “La capa gira”, ma tralasciando la bravura stilistica “Gomorra” rimane pur sempre una storia già vista nonostante sia tratta da un romanzo da subito definito scandaloso. Eppure il film, nonostante racconti storie di ordinaria follia, non squarcia gli animi come sarebbe dovuto accadere. I bambini sono peraltro a tratti edulcorati dalla primigenia brutalità che – senza falsi moralismi – li caratterizza in quella realtà sanguigna. La vicenda raccontata, se vista dal di fuori, sconvolge e scuote. Ma per chi quelle storie le sente raccontare quotidianamente dalla voce metallica di un giornalista qualsiasi, la vita raccontata in “Gomorra” non giunge nuova né originale. Semmai un po’ romanzata.
Eppure, nonostante tutto, questo è uno di quei film così ben girati a cui si perdona perfino il troppo clamore natogli intorno. Alla fine di tutto è un raro film di qualità e con alcune scene davvero impressionanti, nel bene e nel male. Un film che peraltro nasce da una sapienza di mestiere che ormai contraddistingue fin troppo pochi registi italiani e talvolta mai fino in fondo.
E che fra le altre cose ha il vanto di avere un comprimario come Servillo – peraltro vincitore David Donatello 2008 come miglior attore – che nonostante il suo essere più personaggio che attore rimane indiscutibilmente convincente in ogni parte in cui si cimenta. E che dice nel film una delle più realistiche verità che si possa dire oggi giorno a qualsiasi tipo di pubblico: chiunque si ribelli a questo stato di cose non creda di essere migliore di chi invece se ne approfitta. Alla fine tutti quanti facciamo parte di una immensa Gomorra che aspetta solo di scomparire nei rifuti.
E anche solo per il messaggio che Garrone non manca di sottolineare, questo film è quanto mai attuale e pienamente meritevole del plauso con cui è stato accolto al Festival di Cannes.

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