Beata Elia: la solitudine con Dio diventa opera

Musiche di Giovanni Tamborrino, testi a cura di Enzo Quarto
Una suora nata nel borgo antico e vissuta nel segreto della clausura in quel convento di clarisse sommerso dai rumori odierni della città in via De Rossi: la Beata Elia di San Clemente rivive in musica grazie alla Fondazione Petruzzelli. L’opera lirica contemporanea Elia è musicata da Giovanni Tamborrino su testi di Enzo Quarto, ispirata alla vita e agli scritti della Beata Elia di San Clemente: la prima è in programma il 29 maggio nella Cattedrale di Bari, replica il giorno seguente nelle Cattedrale di Bitonto. Protagonisti della messa in scena, l’attrice Chiara Muti e il quartetto pugliese Faraualla, ensemble vocale tutto femminile che affonda le radici sonore nella musica popolare delle Murge e, più in generale, del Sud Italia, ma anche in esperienze tradizionali di territori «altri», dalla Corsica alla Bulgaria. La parte strumentale prevede l’utilizzo di due arpe (una classica, l’altra campionata) e di un’officina di percussioni composta, tra l’altro, da campane tubolari e gamelan.
Firma la regia Teresa Ludovico, volto storico del Kismet con cui Tamborrino aveva intrapreso un percorso artistico al Festival della Terra delle Gravine, a metà degli anni Novanta. Insieme realizzarono Reputi di Medea, capitolo della trilogia di «opere senza canto» comprendente III Riccardo III e Gordon Pym.
Sono trascorsi quindici anni da quella collaborazione, che segnò una tappa importante nella ricerca di Tamborrino, col quale la scena musicale contemporanea si è arricchita di un contributo originalissimo nella riconsiderazione del melodramma tradizionale. L’«opera senza canto» è, infatti, il frutto di una lunga maturazione sulla necessità di superare la concezione di «canto lirico» in favore di un teatro musicale capace di recuperare, rifacendosi all’antica tragedia greca e alla lezione di Carmelo Bene, l’uso drammatico della voce naturale all’interno di un sistema teatrale timbrico di imprevedibile impatto emotivo.
Elia, un lavoro nel quale Tamborrino sperimenta il sacro come linguaggio alternativo al caos e alla disperazione dell’oggi, rappresenta un’ulteriore evoluzione di questo percorso. L’opera stavolta «canta», ma con un processo di accrescimento attraverso il quale i parametri dell’«opera senza canto» sposano all’interno del teatro timbrico una diversa forma di cantabilità per un’ulteriore maturazione nella ricerca del rapporto col pubblico.
Commenti
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Non era una clarissa ma una carmelitana scalza.






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