Quel che restò di una città

Fortunata Dell'Orzo

Bari come potrebbe essere, o forse come già è…

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Amaro e nervoso, l’ultimo romanzo di Antonio Rossano è carico di un pessimismo diffuso eppure innegabile, quella coltre grigia che ricopre ormai da anni il nostro paese e che alligna anche nella nostra Bari, città regione.

E’ fantascienza, certo. Ma fino a un certo punto: un futuro indefinibile trasforma Bari in una sorta di doppia città: Superior e Bari. Superior è sospesa per aria, bella luminosa e pulita. Un paradiso tecnologico dove vive, ovviamente, la minoranza dei ricchi, pochi e felici, come l’avrebbe chiamata Elsa Morante.

La vecchia Bari, invece, è un infermo di miseria e macerie, inquinata e puzzolente, dove tutto scarseggia, i gatti sono scomparsi e c’è un dittatorello (non sveliamo il colpo di scena finale) che angaria tutti.

La storia c’è e si regge dalla prima all’ultima pagina. La scrittura è al solito eccellente, ma il fondo di amarezza, oserei dire di disperazione, permane invincibile per tutta la narrazione che, saggiamente, Rossano non conclude con uno stucchevole Happy End, ma lascia sospeso nel cuore e nella mente del lettore.

Eravamo abituati ad un altro Rossano narratore, lieve e sostanzialmente felice: un nonno che scrive per poi raccontare ai nipotini. Questa volta, c’è poco da sorridere. C’è molto più da meditare e da aspettare che la nottata, prima o poi, passi.

Antonio Rossano, Quel che restò di una città, Progedit, Bari 2008, pp. 107, 13.00 euro.

 

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