Ricordando Chernobyl (3)
Nelle due parti precedenti, il reportage si è occupato di fare il punto sulla questione energia, ed in particolare sulle tecniche di produrla grazie alla fusione nucleare.
Anche la tanto vantata sicurezza degli impianti a fissione non è poi così granitica. Basterebbe ricordare i due recenti incidenti accaduti in Giappone e quello di Sellafield, in Scozia, ma in realtà il numero di incidenti, più o meno gravi, dal 1952 al 2004 è di circa 90 (va precisato che non tutti hanno comportato rilascio di sostanze radioattive o ad esse collegate).
Non parliamo del problema dello stoccaggio delle scorie: occorrono siti appositi, e le resistenze delle comunità locali sono, ovviamente, altissime. Esistono quattro tipologie di stoccaggio per le scorie nucleari: depositi di superficie, depositi di superficie con opera ingegneristica, depositi di cavità o miniera e depositi geologici. Attualmente tutti i depositi, a parte uno negli Stati Uniti, appartengono alle prime tre tipologie. In Italia, in seguito alle applicazioni mediche e al lasso di tempo durante il quale sono state attive le centrali nucleari, si sono accumulati più di 30.000 metri cubi di materiale da stoccare. Ogni anno se ne aggiungono 2.000 provenienti da applicazioni mediche, che vengono stoccati nelle vecchie centrali, o portati a Sellafield per essere riprocessate. Ma una volta riprocessate dovranno tornare in Italia, e non è ancora stato trovato un sito idoneo allo stoccaggio.
Un altro pericolo, non indifferente, non può tuttavia essere trascurato: è il legame che da sempre vi è stato tra impieghi civili e bellici dell’energia atomica. Come molte delle invenzioni e scoperte moderne e non, essa trae origine da uno scopo bellico, tramutato poi in uso civile; molti dei Paesi che hanno centrali nucleari conducono costanti sperimentazioni per fini bellici sulle potenzialità dell’atomo. E’ sotto gli occhi di tutti la preoccupazione seguita alla notizia dell’inizio di un programma nucleare da parte dell’Iran, poiché si giudica che possa sfociare in studi bellici per arrivare alla fabbricazione della bomba atomica. E’ risaputo infatti che questo tipo di arma può essere detenuto in tutta sicurezza solo dagli Stati esportatori di democrazia come gli Stati Uniti. Incentivare ricerche in questa direzione può (e sottolineo può) portare ad incentivare ricerche in tutt’altra direzione. Ad esempio, la fabbricazione delle famose armi di distruzione di massa che si è fatto credere che l’Iraq possedesse, traeva spunto da laboratori, i quali, secondo fonti più o meno accreditate, avevano una sezione segreta dedicata a ricerche di questo tipo. (oltre a veri e propri laboratori che sarebbero stati tenuti occultati e che si dedicavano solo a questo fine).
Altra serie infinita di questioni suscita la stima delle riserve di Uranio 235 disponibili e le possibili conseguenze di un incidente nucleare.
Per quel che riguarda le riserve di Uranio, i Paesi che possono vantare maggiori stock sono Australia e Kazakistan (24 e 17%), poi il Canada e il Sud Africa. E’ accertato che con l’attuale tecnologia di estrazione e ritmi di consumo non si andrà oltre i quaranta anni. Ergo, a prima vista non pare una strada percorribile: in breve tempo ci si troverebbe punto e daccapo. Le stime della I.E.A., Nuclear Energy Agency, riferite al 2003 parlano di 2,46 milioni di tonnellate di Uranio, estraendolo a costi di 80 $/Kg, mentre a costi di estrazione pari a 130 $/Kg si arriva a 3,17 tonnellate. Dati quindi in forte contrasto con lo studio di Pisa. C’è un forte scontro sulla possibilità di aumentare le riserve a disposizione estraendo l’Uranio dall’acqua di mare. I sostenitori del nucleare rimarcano che ciò è possibile e aumenta notevolmente le possibilità di questa fonte energetica, anche a costi di estrazione nettamente superiori, e fanno leva su future tecnologie che possano consentire un migliore sfruttamento da parte delle centrali (miglior rendimento). I detrattori sottolineano che se ci si spostasse sul nucleare i consumi di Uranio sarebbero molto superiori a quelli attuali, abbassando comunque la vita delle riserve, e ritengono troppo rosee le prospettive di precoci avventi di reattori tecnologicamente superiori ancora in fase di studio.
Spostiamoci sul rischio di incidenti. Attualmente il livello di sicurezza di una centrale nucleare è innegabilmente superiore rispetto al passato. Tuttavia, come detto in precedenza, non si possono passare sotto silenzio le due fughe radioattive occorse in Giappone, recentemente, e quella di Sellafield. Le dispute più accese riguardano l’incidente di Chernobyl, che tanto ha scosso l’opinione pubblica mondiale, facendo rallentare, se non cessare in alcune aree, la spinta al nucleare. A Vienna, nel Settembre del 2005, si è tenuto il Chernobyl Forum, gruppo di studio e dibattito che ha avuto il compito di stimare il reale impatto dell’incidente al reattore Ucraino, vedendo riuniti i Governi di Russia, Ucraina e Bielorussia e diversi Enti mondiali. “Il numero delle vittime delle radiazioni conseguenti il disastro di Chernobyl, ovvero il peggior disastro nucleare della storia, è fin qui di 56 …così ha dichiarato l’O.N.U., questo Lunedì”. Lo studio comunica altresì che l’aumento dell’incidenza tumorale causata dal disastro è limitata al 3%. I comunicati ufficiali proseguono: “Molte delle zone evacuate sono ora da considerarsi sicure e l’area della zona classificata come contaminata era di fatto troppo ampia rispetto al vero. A parte l’area tutt’ora chiusa all’accesso perché altamente contaminata di 30 Km intorno al reattore e alcuni laghi e foreste circoscritte, i livelli di radioattività sono tornati in gran parte accettabili”.
Tutto rose e fiori dunque, no? No.
(continua)
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!






Affitti a Bari, quasi 500 euro al mese per 80 metri quadrati: pesa il 28% del reddito