Dieci cose di noi…da salvare
Con un Morgan Freeman che non ti aspetti
Pensate a 10 film che salvereste da un eventuale futuro alla Fahrenheit 451. Di certo i primi nomi che vi vengono in mente sono titoli memorabili, eventi cinematografici più che semplici storie di cellulosa. Perché di grandi film è piena la storia. Film intensi, passionali, crudeli, sinceri, apocalittici, violenti, horrorifici, fantascientifici. Quei film dal finale forte che piacciono tanto al protagonista di “10 items or less”. Brad Silberling di certo non voleva un impatto del genere quando ha pensato a questo lungo cortometraggio interpretato e prodotto da Morgan Freeman che in certi momenti sembra trasformarsi – ed è la cosa più esilarante – nella controfigura di Bill Cosby ne “I Robinson”. La leggerezza è forse il tema centrale del film, perché se è l’idea la madre di ogni storia, in questo caso si può ben dire che le madri siano due. Una trovata divertente e un soffio di vento fresco in una stagione costellata da drammoni cinematografici della portata di “Non è un paese per vecchi” e “Onora il padre e la madre”. Sicuramente due titoli che rientrerebbero facilmente nella classifica di cui sopra. Una classifica di cui il film di Brad Silberling non vuole assolutamente far parte, puntando forse a creare una semplicità senza pretese in cui la storia è secondaria a tutto il resto, così come un po’ avviene nella vita quotidiana. Si potrebbe chiamarla proprio una storia quotidiana quella di “10 cose di noi” in cui non succede nulla di particolarmente sconvolgente ma in cui molte piccole cose cominciano a modificarsi.
D’altronde non capitano assassini tutti i giorni nella vita normale, così come non sono così frequenti serial killer psicopatici o malati terminali nella vita di ognuno di noi. Ci sono vite – la maggior parte forse – in cui il fiume scorre senza stravolgere il suo corso e nonostante ciò vive e genera vita. La vita è fatta anche di piccole, insignificanti cose sembra suggerire la leggerezza del personaggio interpretato da un nuovo Morgan Freeman. Quelle forse più difficili da rappresentare sul grande schermo che – non solo per naturali dimensioni – sembra sempre più propenso a prediligere storie complesse e sofferte, dove i sentimenti sono espansi al punto da arrivare allo spettatore inondandolo di amore odio passione rabbia terrore tutti avvinghiati insieme. Storie che per la loro immensa portata non possono non sconvolgere la vista e la mente dell’uomo o della donna – magari cassieri in un supermarket – che si ritrovano a vivere le vicende di personaggi magnifici e terribili allo stesso tempo. Il cinema è fatto di emozioni, di poesia, di genio. Raramente è fatto di semplicità e leggerezza. Come se queste più di altre non facessero parte della quotidianità dell’uomo. Ed è proprio in questo tocco impercettibile, in questa carezza filmica che si esprime al meglio l’intento del regista. Semplici i dialoghi – anche se a volte fin troppo -, semplici i personaggi, le vicende, le inquadrature, le scelte fotografiche, le musiche – per quanto molto belle – e semplici perfino i risvolti della vicenda. Attori bravi che si muovono con grazia e senza tinte forti nei panni degli uomini e donne che interpretano. Un film grazioso, senza pretese, primaverile che si pone da subito per quello che è. Una storia normale fatta di gente semplice, in cui perfino l’attore hollywoodiano non è mai così appariscente come potrebbe.
Sottile e a tratti quasi impalpabile ma mai senza forma come tanti altri film che siamo abituati a vedere, in cui perfino la mediocrità ha voglia di strabiliare calcando le sue tinte. Perché va comunque ricordato che c’è molta differenza fra una storia semplice ed una banale, così come ce n’è fra un film leggero e uno senza peso.
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