Into the Wild is Freedoom?

Angela Ragone

Giudizio sospeso sul film di Sean Pean

0 1 commento

Un film forte, molto forte quello di Sean Penn. Un film esteticamente e linguisticamente rifinito se si pensa allo sbalorditivo e complesso linguaggio da lui usato in “Into the wild”. Sfocature significativamente attente agli stati d’animo dei personaggi e al valore degli oggetti, riprese che enfatizzano la potenzialità d’infinito intrinseca negli spazi, immagini a volte pittoriche a volte elementari altalenanti come i momenti della vita. Non si può certo dire che nel suo percorso registico questo attore non sia cresciuto, e notevolmente anche. Una capacità di espressione che pochi avrebbero eguagliato e per di più con quella forza e che sa essere delicatezza che Penn ha avuto in questa sua quinta regia. Una consapevolezza direttiva che traspare in ogni immagine, ogni scelta musicale o risoluzione di montaggio. E alla base, una storia vera in cui un ragazzo fugge da ciò che odia per provare a cercare una libertà di pensiero e di vita che la società di oggi soffoca sul nascere. Una trama in realtà complicata e che difficilmente si lascia gestire seppure le mani siano quelle esperte di Sean Penn. Una storia che difficilmente – purtroppo – vien fuori da se stessa e dal pensiero del giovane autore degli scritti da cui il film è tratto. La storia di un ventitreenne che abbandona il mondo in cui è cresciuto per rinnegare il consumismo che corrode la libertà, ritrovando solo alla fine il senso del suo lungo peregrinare fino in Alaska. L’argomento è difficile da risolvere in due parole soprattutto se si pensa che il lungo viaggio del ragazzo alla ricerca di se stesso non può esser vissuto e narrato allo spettatore come un semplice racconto, ma deve poter offrire – come ogni film, racconto o romanzo che si rispetti – una chiave di lettura che vada oltre la mera descrizione, e che anzi si cimenti con la complessità dell’interpretazione. Per quanto mirabile – soprattutto per le soluzioni visive offerte – sia il materiale di questa affascinante e giovanilistica storia, il viaggio di Christopher rimane aggrovigliato intorno a se stesso. Non vi è nulla che possa permettere allo spettatore di costruirsi un’idea su quanto muove il giovane ad abbandonare le sue radici. La storia di McCandless viene perciò raccontata dal bravo Penn talvolta con toni fin troppo perentori, dove perfino un uomo ormai dentro la vita da anni sembra piegarsi alla filosofia di vita di un ragazzino che ancora deve percorrere il sentiero della vita. Talvolta i toni si fanno fin troppo assertivi e si scivola – in questo, come purtroppo in tanti altri bei film – su tematiche religiose dalle sfumature salvifiche. Proprio perché fuori dal comune, proprio perché difficile da comprendere e quindi ancor più da condividere, proprio perché sfiora desideri e incubi di ogni essere umano, non si poteva liquidare il viaggio del giovane uomo come un’avventura così come ce la racconta il suo stesso autore – seguendo talvolta letteralmente le sue frasi appuntate su quaderni ritrovati postumi. Proprio per far loro onore in pieno, non si poteva fare una trasposizione fin troppo fedele delle parole del giovane Krakauer – alcune scritte in momenti di chiaro spaesamento e sconvolgimento mentale- senza provare almeno a dar loro una possibilità di lettura altra, un’interpretazione da cui nessuno regista può esimersi. E da cui in vece Penn sfugge limitandosi alla semplice narrazione. Ma appropriarsi di un testo – qualsiasi esso sia – significa anche e soprattutto rileggerlo coi propri occhi che necessariamente avranno un sguardo diverso poiché intrisi della personalità, dell’esperienza, della vita di chi si accinge a narrare una storia non sua. E in questo stridore di mirabile linguaggio cinematografico e carente interpretazione contenutistica, che si perde forse in toto il significato del difficile gesto di Christopher.
Nonostante le meravigliose immagini – sublimi nel finale – la poesia di Penn sembra non voler sfiorare e sventrare fino in fondo una scelta di vita. O forse, di morte.

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Commenti

  • Iltas (utente non verificato)

    A mio modesto parere il film è di eccezionale bellezza.
    Tutto calibrato alla perfezione con colonne sonore da brividi che costituiscono parte FONDAMENTALE di uno dei più bei film visti negli ultimi anni.
    Il regista si è limitato a mettere in scena la vita di quel ragazzo,ha voluto raccontarla così com’è senza portare modifiche e suoi personali punti di vista e ha fatto bene. Non occorreva qualcuno che interpretasse la vita di Christopher, è stato già lui un magnifico interprete della sua vita.