Lei, così bella e così viva

Fortunata Dell'Orzo

Arte, vita e libertà di una donna che sarebbe eccezionale anche oggi

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Morì così giovane da far pensare che l’avessero uccisa e che il diagnosticato infarto fosse una copertura di ben altro. Veniva da una zona depressa e povera dell’italia di fine ‘900, almeno secondo quei canoni economici che ancor oggi mortificano gli esseri umani che non abbiano "rilevanza" in termini di PIL. Si catapultò in America, fra Nord e Sud, facendo l’emigrante, l’attrice, la fotografa, l’amante, la donna.
Il mistero della sua esistenza e della sua arte eccelsa è sepolto con lei, a Città del Messico, dove riposa sotto una lapide epigrafata da Pablo Neruda. Tina Modotti (1896 – 1942) è in mostra in Sala Murat a Bari e ci resterà sinoal 2 di Aprile. Il vernissage è stato fatto coincidere con la vigilia dell’8 marzo, un 8 marzo in cui, finalmente, in città si è rivisto un po’ di movimento e la gente si è ritrovata in piazza come dopo un lungo sonno, di quelli delle favole, indotti dalle streghe cattive.
Un centinaio di foto stupende, di lei o con lei, o che lei ha influenzato con la sua stessa presenza. Bianco e nero abbagliante, appassionata calligrafia di una realtà che si può cambiare solo amandola e rispettandola. Nessuna di queste fotografie lascia indifferenti. Come nessuno dei ritratti che lei e il suo mentore, maestro e amante Edward Weston si sono scambiati lungo il loro esaltante sodalizio artistico e umano.
Fra i ritratti occhieggiano brani di lettere e altri documenti che insieme alle foto inducono il visitatore e la visitatrice a interrogarsi su come mai una figura come quella della Modotti sia riservata davvero ad una ristretta cerchia di esperti e appassionati e non sia invece fra i protagonisti assoluti della cultura italiana, scalzando dal podio la marea di sgallettate e sopravvalutate (finte poetesse, pseudo pittrici, simil narratrici, quasi tutte figlie, amanti, sorelle di….. o, nel peggiore dei casi, frutto amaro del sistema mediatico/televisivo).
Di questa mostra resta molto nel cuore e nella mente: soprattutto le immagini semplici e assolute del popolo messicano: le donne, i bambini, le mani dei lavoratori e delle lavoratrici. Una bellezza indiscutibile e pura, che non espelle da sè le tensioni sociali e il dovere del riscatto. Anzi. Una bellezza che evoca la dura realtà, sublimandola ad una perfezione esistenziale che la comunista Tina Modotti vede solo nella futura rivoluzione.
Lei, così bella e viva, così donna da essere anche capace di farsi amare dalle donne, lei non tornò mai più nell’Italietta fascista e becera che avrebbe condotto il paese al disastro della seconda guerra mondiale.
Ma Tina non vide questo orrore: già riposava nel Pantheon de Los Dolores a Città del Messico e Neruda, sulla lapide, le scrisse così:
…sul gioiello del tuo corpo addormentato
ancora protende la penna e l’anima insanguinata
come se tu potessi, sorella, risollevarti
e sorridere sopra il fango.

Eccezionale, illuminante, capace di rendere sopportabili persino questi tempi grigi e banali.

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