Politica: le cose cambiano…

…e a volte davvero segnano la svolta
Alla fine lo hanno lasciato solo. Dal suo quartier generale di Ceppaloni sono scappati tutti. E così ha deciso: niente elezioni. Clemente Mastella si ferma un giro in attesa delle Europee del 2009. La sua uscita di scena non può non colpire per come si è determinata. L’uomo che dall’insediamento dell’ultimo governo Prodi ha finito col rappresentare quanto di più deteriore la politica della Prima Repubblica abbia tramandato (almeno per la facilità con cui le fiducie governative si accordano e si disfano) ha assunto la decisione di abbandonare questa campagna elettorale e di fermarsi. Il suo partito, dopo la sfiducia al governo dell’Unione, ha iniziato giorno dopo giorno a sfaldarsi, ad incancrenirsi nei soliti problemi di posizionamento più che nelle dispute di programma. Questo, nonostante i partiti del centro destra gli avessero promesso di tutto pur di far cadere il professore, ma alla fine lo hanno isolato tutti.
Avvisi di garanzia, rapporti incrinati con i magistrati, arresti domiciliari alla sua consorte. In questo tourbillon Mastella ha dovuto fronteggiare un uragano, che man mano gli ha eroso consenso, tanto a destra quanto a sinistra.
“Sono vittima di un linciaggio morale”, ha riferito ieri. Per questo ha deciso di non candidare nessuno dei suoi famigliari. Del resto l’Udeur non esiste più. I feudi campani, lucani e calabresi sono smembrati e la paura di una debacle elettorale senza precedenti avrà convinto Mastella a fermarsi in attesa di un rientro a suon di “Liberate il sud”. Anche chi sputò su un suo compagno di partito, Tommaso Barbato, ha deciso di lasciare il suo deus ex machina politico. Siamo alla frutta, ma chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Sempre in queste ore è salita alla ribalta mediatica la decisione di Oliviero Diliberto di non candidarsi alle prossime elezioni. Al suo posto un operaio della Tyssen Krupp: Ciro Argentino. Da quanto par di capire, durante le trattative serrate per la definizione delle liste, non c’erano più spazi per inserire un operaio. Da qui la decisione di Diliberto di lasciare il suo posto. “I comunisti sono diversi dagli altri. E lo dimostriamo con i fatti e non con le parole”, ha commentato il segretario del Pdci. Che allo stesso tempo ha promesso di non voler lasciare la politica, ma di continuare a svolgere il proprio ruolo all’interno del partito.
Da un lato atteggiamenti simili sono assai lontani da una becera prassi tesa al mero accaparramento delle poltrone, dall’altro è difficile non individuare in questa scelta un vero e proprio atto di coraggio. I maligni potrebbero pensare: “Voleva trovare un accordo con il Pd, poi è dovuto ritornare con i rifondaroli nella Sinistra Arcobaleno e, intravedendo una sconfitta elettorale, ha deciso di rinunciare”. Potrebbe essere, ma è anche vero che quello di Diliberto rappresenta un monito forte sia all’interno del suo partito che di tutta la sinistra antagonista. E cioè ritornare a cavalcare i temi della lotta di classe, ossia ritornare a far parlare chi quella sinistra dovrebbe rappresentare. A tutti i costi. Perfino se a rinunciarvi dovrà essere il segretario.
Una risposta netta al Pd. Che al momento sembra inseguire una strada diversa e cioè quella del dialogo fra tutte le componenti della società: operai, imprenditori, laici e cattolici e con questo superando storiche contrapposizioni. Insomma quella lanciata da Diliberto oggi pomeriggio è un guanto di sfida agli uomini del Pd. “Chi rappresenta gli operai e le loro esigenze, siamo noi” sembrano dire gli uomini e le donne del Pdci. Ritorno al passato? Chiave di volta per interpretare i futuri scenari politici? Cicli storici? Staremo a vedere. L’importante è non rimanere come a Ceppaloni: soli.
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