Lo Scafandro e la Farfalla, un film da vedere
Ci sono di quei film a cinema (vedi “Mare dentro”) che fin dalla prima inquadratura ti fanno capire che non potrai alzarti facilmente da quella poltrona, almeno non prima di aver provato un forte senso di angoscia e forse addirittura pianto anche un po’. Non di quei pianti che accompagnano notti d’esami insonni e amori improbabili fra un Muccino qualunque e una bionda da cinque stelle. Questi sono pianti che rendono gli uomini più consapevoli di se stessi, che scavano dentro con una disperazione senza lacrime.
Il regista de “Lo scafandro e la farfalla” è un uomo di mestiere e lo si vede bene, capace com’è di girare quasi un intero film dal punto di vista di un occhio solo. È un uomo di mestiere anche perché già cimentatosi in videoclip – molto vicini alla video-arte – su personaggi quali Lou Reed, ha dimostrato la sua esperienza e la sua sensibile intuizione. Ma in questo film ha fatto qualcosa di più. Al ritmo di un battito d’ali, lo spettatore fin dall’inizio è costretto ad adeguarsi al punto di vista di un uomo che ha solo un occhio per vedere – e parlare con – il mondo. Disturbanti, irrequiete, irregolari, a tratti sfuocate, incomplete, sofferenti e appannate sono le immagini del film candidato a quattro premi oscar. Un film fatto per essere guardato con un occhio solo ma con la mente completamente aperta al dolore profondo di non poter sentire il proprio corpo. Lo scafandro che imprigiona l’animo di farfalla del protagonista è lo stesso che, volente o meno, lo spettatore deve indossare per poter vivere assieme a Jean-Dominique tutto il suo tormento. La farfalla a tratti vola sì, ma sono voli pindarici i suoi – non per questo meno belli – e le sue ali per quanto siano volonterose di riprendere il volo, sono ali squarciate che impongono allo spettatore di restare immobile, bloccato nel corpo di Jean. Una storia vera e per questo ancora più incredibile, che riesce a portare sullo schermo uno dei pochi miracoli umani in grado di stravolgere il comune modo di vivere, pensare, essere. L’uomo che rinasce e si libera, seppure in parte, delle sue pesanti catene fisiche per costruire da sé un mondo su misura in cui sono gli altri a dover imparare un nuovo linguaggio e soprattutto – e ancor più difficile – una nuova forma di comprensione.
Certo l’impresa è rischiosa e a maggior ragione dopo altre imprese simili e similmente grandiose, ma ogni storia in fondo parla di sé e se assomiglia ad altre è forse solo perché è simile il tipo di sofferenza. In tal senso Mathieu Amalric non ha nulla da invidiare al bravissimo Javier Bardem, perché seppur diversamente sofferenti, incompresi e immobilizzanti, i loro mondi parlano delle stesse catene del corpo che alla fine rischiano anche di spezzare le ali dell’anima, se non si impara a volare in modi diversi. Una storia che parla della potenza della fede in se stessi e nella vita a prescindere dal resto e proprio quando tale fede non avrebbe più ragione di essere. Una lotta quotidiana contro se stessi e contro il martellante desiderio di arrendersi di fronte all’impercettibilità delle vittorie e delle conquiste. Una battaglia che si fonda in parte sul non senso e sull’incapacità di vedere una vittoria anche lentamente appagante, ma che il protagonista porta avanti nonostante sappia che una certa dose di sconfitta ci sarà anche nella riuscita finale. Una voglia di vivere e non meno importante di comunicare, che lentamente e con immensa difficoltà trascina con sé tutto il resto, imparando a convivere con l’enormità dei limiti umani.
Un esempio di mirabile regia e di stupenda umanità, a tratti forse meno memorabile di quello che ci si aspetterebbe, ma pur sempre coinvolgente. Un film da vivere sulla propria pelle e nella propria mente anche solo e semplicemente come una storia possibile, perché vera.
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