Il Falsario “di idee”
Quando falsificare il dollaro è più difficile che essere complici del proprio assassinio
Siamo forse tutti d’accordo sul fatto che film sulla Shoah ne sono stati fatti molti e tanti anche in modo mirabilmente poetico. Ma se ci si siede comodamente su una poltrona di un cinema qualsiasi di una città come tante, il trucco è capire in tempo che quello che si sta per vedere non è semplicemente un film sullo sterminio ebraico. E d’altronde viste le proporzioni e gli intenti di un’operazione simile, è pur sempre vero che di film sul tema non se ne fanno mai abbastanza, perché la memoria è sempre troppo pericolosamente labile.
Ma ne “Il falsario” già dalle prime immagini – tutte rigorosamente girate con camera a mano e steadycam – la fotografia essenziale e fredda nega fin dall’inizio ogni intento puramente estetico per concentrarsi su una storia nella Storia. Un film pacato nelle soluzioni visive ed equilibrato nella narrazione che parla per metafore senza troppa poesia là dove in effetti non ce ne può essere. Un campo di concentramento in cui la lotta per la vita è innanzitutto quella per se stessi ma che quasi impercettibilmente diventa anche e soprattutto una lotta per la vita di milioni di altri.
Una vicenda vera che parla di un atto di solidarietà per la vita – non importa se propria o altrui – e di una rivolta nel cuore della ferocia nazista. Una ribellione che è prima di tutto spirituale e proprio per questo più difficile e miracolosa. E che diventa una reale impresa di boicottaggio nel momento in cui si capisce che anche nei momenti più terribili c’è sempre una scelta da fare e che questa quasi sempre riguarda l’essere liberi o accettare di essere schiavi.
Nessuna retorica o pietismo distolgono l’attenzione da quanto preme al regista raccontare e proprio per questo – nonostante i numerosi tagli fatti alla pellicola – il ritmo non perde di efficacia e sottolinea le sfumature emotive dei personaggi senza forzare l’immedesimazione del pubblico. La storia è sempre in primo piano ed è per questo che non si punta alla messa in scena del superfluo. Ed è anche per questo che si scopre, solo quando è necessario, il vero pensiero del comandante del campo – ex comunista e neo nazista – il quale spiega con una naturalezza che ha del diabolico la semplice legge per cui per sopravvivere bisogna vendere la pelle al migliore offerente senza per questo credere realmente agli ideali a cui si immola il proprio onore.
Realtà che è vera per lui ma anche, seppur in modo tragicamente diverso, per tutti i superstiti del campo. Per tutti tranne che per quella trascurabile parte di loro che può cambiare – e che alla fine riesce a farlo – la sorte di innumerevoli altri nessuno, i cui mortiferi volti saranno la risposta cercata dall’idealista sabotatore e quella temuta dal bravissimo Karl Markovics che nel film interpreta il falsario Sorowitsch. Una storia in cui il male ha il volto concreto del desiderio di salvarsi a ogni costo e per questo a tratti difficilmente condannabile (quanti, troppi anzi, non avrebbero fatto onestamente lo stesso?).
Uno stesso scopo per tutti e un fine ultimo che per qualcuno giustifica i mezzi. Una situazione di orrore e di tragica sofferenza in cui la sottile linea d’ombra che separa ciò che è giusto da ciò che è sbagliato diviene così indefinita da essere invisibile ormai agli occhi senz’anima dei corpi scheletrici nel campo. Un punto di vista fra i più umani proprio perché crudelmente sincero. Una condanna lucida, ma in cui puntare il dito non è così facile come in altri film in cui la semplificazione psicologica dei personaggi compensa la mancanza di abilità degli sceneggiatori e dei registi.
Sobrio nel girato, semplice nei movimenti di ripresa e nel montaggio, il film di Stefan Ruzowitzky non mostra velleità estetiche dal punto di vista tecnico, quanto piuttosto una ferrea volontà narrativa dal punto di vista contenutistico, appoggiata dalla perfetta recitazione di Karl Markovics. Il quale in maniera esemplare dà vita sullo schermo a un uomo i cui ideali devono scendere a compromessi con la propria tragedia personale – quella familiare di cui fa solo un rapido accenno – e con quella di tutto un popolo di cui volente o meno fa parte. Un individualista che all’improvviso viene gettato nel mondo claustrofobico delle baracche dei campi di sterminio dove non si può – diversamente dalla vita di ogni giorno – far finta di non sentire gli spari degli assassini di idee ancor prima che di uomini.
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