Bianco e Nero: la Comencini a Bari spiega il suo film
La diversità vista da due, o forse più, facce della medaglia
Continua l’appuntamento mensile con “Pellicole a colloquio”, curato come sempre da Angelo Ceglie che ieri sera ha visto ospiti alla libreria Feltrinelli di Bari la regista Cristina Comencini, e i due attori protagonisti del suo nuovo film “Bianco e nero”. A introdurre la regista e i due attori Fabio Volo e Ambra Angiolini, Antonella Gaeta, giornalista di Repubblica Bari.
Di fronte al pubblico numeroso che non ha mancato di mostrare tutta la sua stima e simpatia per i due giovani attori, la regista ha subito esordito dichiarandosi felice di essere accolta in una città tanto calorosa. L’intervista è poi cominciata affrontando da subito il difficile discorso delle diversità culturali – tema centrale del film e scopo “morale” che si prefigge la stessa regista – passando poi per argomenti più faceti, quali i divertenti aneddoti – in cui a turno primeggiavano Volo e l’Angiolini – sulla presunta rigidità della Comencini nella direzione degli attori. Ma fra una risata e l’altra è stata comunque premura del cast sottolineare l’importanza di una tematica così complessa quale la differenza in generale e la diversità razziale in particolare. “Una diversità che il film mostra esser facilmente alimentata anche da semplici parole sbagliate” così come ha sottolineato lo stesso Fabio Volo. O dalla falsa comprensione che come afferma Ambra Angiolini contraddistingue il suo personaggio, Elena, una donna tradita ma che solo in questo modo viene messa di fronte a se stessa e alla piccolezza di un mondo che fino a un attimo prima credeva immenso. Lo stesso Carlo, il marito di Ambra nel film, rappresenta un po’ l’italiano medio – così come il suo stesso interprete Fabio Volo lo definisce – sempre sul punto di fare una gaffe interculturale.
Ma che pur essendo grammaticalmente scorretto è senz’altro quello più corretto nel pensiero. E seppure i riferimenti al film di Kramer “Indovina chi viene a cena?” sono volutamente presenti nella storia, la trama comunque nasce da uno studio approfondito di una realtà in cui la Comencini ha vissuto per molto tempo e da cui ha poi tratto un documentario dal nome “La nostra Rwanda”. Una realtà che è entrata ben presto a far parte della sua vita quotidiana e che nel film emerge soprattutto grazie alla naturalezza dei bambini con la quale viene messo in crisi il tipico atteggiamento del ‘non dire’ degli adulti. I quali tacendo, dice la stessa Comencini, dicono molto più e molto più duramente che se parlassero. Il razzismo silenzioso e implicitamente presente nelle frasi a volte esageratamente politically correct è uno dei tanti tipi di razzismo di cui parla il film.
E sul perché la scelta fosse caduta proprio sui due attori, la regista risponde che proprio il pubblico a cui è rivolto, soprattutto la nuova generazione, è stato uno dei motivi determinante la scelta degli attori. “Ho voluto due ragazzi che rappresentassero la nuova generazione perché come essa semplici e allo stesso tempo complessi”, due icone in cui molti giovani trentenni possono specchiarsi. Due mondi in cui si incontrano perfettamente la semplicità e le numerose profondità dell’animo umano contraddistinto da incalcolabili sfumature.
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