AVSI: solidarietà senza senso di superiorità
Spesso è l’ego dei “volontari” a beneficiare di certi “progetti”, ma non in questo caso
È iniziata la nuova campagna tende dell’Avsi. L’organizzazione non governativa, attiva dal 1972 è impegnata per la raccolta di fondi da destinare ai suoi progetti, presenti sul sito www.avsi.org. Sono oltre 40 i Paesi di Africa, Medio Oriente, Est Europa e Sud America in cui volontari e professionisti spendono le proprie competenze al servizio di agricoltura, microimpresa, formazione professionale, salute e recupero delle aree urbane. Quest’anno le attività benefiche portano il nome di Vicky, quarantaduenne ugandese uscita dall’emarginazione grazie al sostegno del Meeting Point International. Che l’ha accolta quando, provata dall’Aids, disoccupata e con un divorzio alle spalle non riusciva a mantenere i suoi 3 figli né a vincere il rifiuto di parenti e amici. Affrancata dal disagio grazie all’assunzione regolare di farmaci, riesce a condurre una vita normale, che la vede volontaria dello stesso Meeting Point. Per insegnare agli altri, come scritto nella sua lettera di ringraziamento, che “il valore della vita è più grande del virus che si portano dentro”. Altra testimonianza di solidarietà arriva dall’emiliana Paola Ciccarini, da 10 anni a Salvador de Bahia in Brasile. “La realtà delle favelas è contundente”, spiega. Difficile abituarsi a una concezione totalmente diversa di vita, lavoro e relazioni familiari. Nelle favelas i capifamiglia sono donne con più figli, avuti da differenti compagni che solitamente le abbandonano dopo 2 o 3 anni. I bambini soffrono la denutrizione non tanto per la carenza di cibo, quanto per la disorganizzazione e la mancanza di regole. Per donne massacrate da gravidanze precoci, non amate e costantemente sole è difficile impostare il menage familiare e voler bene ai propri figli. Prima dell’arrivo dell’Avsi la gente viveva in abitazioni di fortuna sulla costa. Palafitte con impianti elettrici non a norma e mortalità elevata. Ora, con la collaborazione dell’Onu e grazie alla campagna di sensibilizzazione iniziata da don Giussani e papa Giovanni Paolo II anche i quartieri poveri di Salvador de Bahia ospitano ospedali, asili e doposcuola, oltre a un centro di orientamento socio sanitario. Per lavorare insieme alle famiglie riconoscendo la centralità della persona. Senza imporre dall’alto un modello di sviluppo estraneo alla realtà locale.
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