Un Natale di guerra

E con l’assassinio di Benazir Buttho giungono a fallimento i sei anni di follie USA targate Bush
Non ci fosse stata la moratoria sulla pena di morte sancita a maggioranza dalle Nazioni Unite, questo 2007 sarebbe passato alla storia con un grigiore piuttosto funereo e con la sensazione, ben al di là di quanto non dicano statistiche e rapporti Censis, che davvero siamo una poltiglia informe, cialtronesca e anche, sostanzialmente, un po’ rincoglionita.
La terribile strage della Thyssen Krupp (sei operai morti bruciati ed uno in gravissime condizioni e non ancora fuori pericolo), ci aveva introdotto ad un Natale che ha preso tutto il sapore e l’aspetto di un Natale di guerra: pochissime risorse da spendere (a meno di indebitarsi seriamente), molta confusione sul futuro politico del paese, incertezze in Europa e nel mondo: se a confortarci non c’è la convinzione profonda che questa festa ha una valenza religiosa, davvero ai "laici" resta ben poco e davvero, riunioni familiari a parte, non sapremmo dire perchè è Natale e, soprattutto, per chi.
In coda alle feste, quasi a sancire in modo inequivocabile che il 2007 è stato una fetecchia come poche, è arrivata la morte per assassinio politico di Benazir Buttho: un destino segnato, un coraggio infinito ed una immensa tenerezza d’essere donna e leader politico in un paese che nella sua maggioranza non ama nè le persone oneste (la corruzione è all’ordine del giorno in Pakistan) nè le donne che fanno politica (vista la marea montante del fanatismo maschilista pseudoreligioso che odia il sesso in generale ed il sesso femminile in particolare).
Qui e là, fra l’antivigilia e Santo Stefano, abbiamo avuto l’intero repertorio del manuale di criminologia: dalla donna sgozzata e segata elettricamente in 29 pezzi, alla famiglia distrutta dall’atto di follia della solita persona normale, al padre distratto che lascia la figlia sola la notte di Natale, torna e si accorge che gli è caduta dal balcone e per la disperazione pensa bene di farsi saltare insieme all’abitazione con il gas.
A tutto questo aggiungiamo un governo preda della mucillagine diniana, un centrodestra che sta elaborando l’autunno del patriarca ma non ha ancora scritto a nessun colonnello, la sinistra costretta a vestirsi d’arcobaleno perchè ai Verdi non piacciono la falce e il martello e al massimo riescono a cantare bella ciao, figuriamoci Bandiera Rossa.
E, tornando alla fine di Benazir Buttho, il definitivo fallimento di sei anni di follie USA targate Bush, follie di guerra, di condanne a morte comminate ed eseguite anche in dispregio della richiesta di moratoria (e vediamo adesso che faranno i boia di Bush e dei suoi governatori), di crisi economica risolta con l’economia di guerra (e poi ci si chiede come mai gli USA non si ritirino dall’Iraq o dall’Afganistan) e di un uso strumentale dell’emergenza terrorismo che sta solo peggiorando il problema e che sta inducendo allo sbando anche l’Unione Europea.
Intanto in Europa cresce il cancro Putin e lo spettro di una tirannide post comunista acquista non solo spessore ma significato sempre più immediato e profondo. Nei Balcani presto torneranno i fantasmi del 1992, perchè giungerà ad indipendenza la repubblica mafiosa dei mafiosi kosovari, che già da tempo sperano di cogliere, insieme ai mafiosi albanesi ( e a quelli italiani, ovviamente) l’opportunità di rimettere in piedi grandi traffici e grandi affari con un governo amico al potere.
Non ci resta che augurarci, e per una volta fuori dalla retorica ma con grande, grandissima speranza, che il 2008 possa segnare in qualche modo una svolta, una rottura epistemologica, come dicono i filosofi. Una rottura e basta, non sarebbe sufficiente.
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