Panaro porta in scena “Capatosta”
Il lato oscuro di una Bari malata
Venerdì sera all’Auditorium Vallisa, Paolo Panaro ha portato in scena la Bari degli anni ’30. “Capatosta”, questo il titolo dello spettacolo, è tratto dall’omonimo romanzo del giornalista Beppe Lopez, e ha come protagonista Iangiusand, una classica bambina barese, il cui destino è segnato fin dalla sua nascita.
Iangiuasand, soprannominata appunto Capatosta, è costretta a subire sulle sue piccole ma robuste spalle tutto il peso di una cultura che ha per fondamento l’ignoranza e la violenza. La ragazza è nata nel cuore del quartiere Libertà di Bari da una famiglia di umilissime origini. Il padre è morto per un incidente sul lavoro proprio il giorno in cui lei è nata; sarà questo il principio delle sue sciagure.
Una giovinezza di umiliazioni e maltrattamenti che la porteranno a fuggire di casa, ancora adolescente con Cilluzz’, giovane figlio del pescivendolo, che lei però non ama.
Nella fuga sono tante le speranze di lasciarsi alle spalle una vita senza prospettive, che non siano quelle del perenne pettegolezzo, del terrore per il disonore, di una scaramanzia e superstizione che riesce solo a togliere il fiato.
Ma le speranze si vanificano prima che subito. Cilluzz’ oltre ad essere impotente è anche manesco.
Per tredici anni Capasta è costretta a subire la violenza di un uomo frustrato. L’unico momento in cui è al sicuro è la notte, prima di dormire quando si toglie la dentiera, che è costretta a portare perché a furia di prender botte ha perso tutti i denti, lasciandola cadere rumorosamente nel bicchiere d’acqua sul comodino.
Quel “pluf”, su cui Panaro insiste calcando il suono onomatopeico, non solo è la fotografia perfetta di quello che è stata la vita di Capatosta fino a quel momento, ma è una sorta di premonizione su quello che il futuro ha in serbo per lei. Un clamoroso e tremendamente ingiusto buco nell’acqua.
Durante una notte alquanto strana, Cilluzz’ guarisce dalla sua impotenza e Capatosta rimane in cinta. Quel’unico atto sessuale della sua vita segnerà una svolta. Ovviamente non in positivo.
Lei riuscirà ad andar via dal marito e dalla sua opprimente famiglia portando con se il figlio, si aprirà una pescheria e verrà aiutata da Uelin’ il Provolone, suo unico amico.
Per la tragica eroina passeranno anni insipidi e ripetitivi, caratterizzati dalle mani intorpidite dall’acqua del pesce… fino al giorno in cui prenderà una decisione estrema, stanca dei continui tradimenti che la vita non le risparmia mai.
Capatosta è una, ma allo stesso tempo è tante donne. Vittima di una società che non conosce la storia, se non per sentito dire. Una Bari cattiva, in cui la violenza, sotto tutte le forme in cui è capace di manifestarsi, non risparmia nemmeno i bambini. I calci che Panaro scaglia contro il tavolo su cui sta recitando, sembrano entrare direttamente nel cervello di cui guarda, ascolta e…subisce.
Uno spettacolo questo in cui, malgrado qualche battuta spiritosa, proprio non si riesce a sorridere. Forse perché tutti i presenti, perlopiù baresi, sono essi stessi testimoni diretti e indiretti di questa realtà che non purtroppo non è poi così antica come la datazione della vicenda vorrebbe far credere.
Un mondo, la Bari del Lopez, popolato da reietti, truffatori, prostitute, malavitosi, in cui la fattura di una fattucchiera è religione, in cui l’incesto è tacitamente consentito, in cui la verginità è un motto e la violenza è l’unico modo per cercare di ottenere qualcosa e dimostrare il proprio valore e la propria autorità.
Una vita in cui l’unica possibilità di salvezza è data dalla morte, vista come una liberazione, come una benedizione che dopo tante e tante sofferenze, regala un po’ di sano respiro.
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