A caccia dei “Perros de Espana”

Claudio Cimaglia

Il romanzo di Dentice nello spettacolo di Panaro

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Un’esilarante avventura è stata messa in scena mercoledì sera, presso l’Auditorium Vallisa, dall’attore monopolitano Paolo Panaro. “Perros de Espana” è il titolo dello spettacolo, inserito nella rassegna “Le direzioni del racconto”, tratto dall’omonimo romanzo, edito 1997 e vincitore del Premio Comisso, scritto da Fabrizio Dentice.
Il giornalista Friccio, disoccupato e disilluso, consapevole della pericolosità dei rapporti umani, riceve una telefonata dall’amico Orfeo; una proposta di lavoro alquanto redditizia. Per conto della duchessa Lola, devono girare la Spagna per scrivere un libro fotografico sui perros de espana, i cani randagi spagnoli che vivono lungo il famoso Cammino di Santiago.
Titubante, come sempre, Friccio accetta e porta con se la sua fidanzata Sabina e la cagnolina Zeppola. Anche Orfeo porterà con se la Beatrice.
L’avventura si rivela più complessa del previsto. Alla compagnia dei quattro, anzi cinque inclusa Zeppola, presto si aggiungono Maravedis, ex collega di Friccio e il mozzo Ramòn, astuto personaggio che caverà dai guai tutta la combriccola.
A bordo di una Citroen verde il viaggio ha inizio e la natura umana si manifesta con tutta la sua prepotenza.
Una rete di inganni e imbrogli si infittisce sempre di più. Nessuno ne è risparmiato. L’apice si raggiunge quando appaiono i personaggi appartenenti alla nobiltà. La duchessa Lola, bella, apparentemente ingenua e dolce ma capace delle peggiori azioni, nelle sue molte tenute spagnole, dove si dedica all’ozio più sfrenato,
al vizio senza scrupoli e sfrutta chi la circonda a proprio piacere, venerando solo la propria vanità.
Il suo ultimo amante, Felix, più spregiudicato di lei, poeta da strapazzo ma viscido fino al midollo, la convince ad abbandonare l’impresa dei perros, e quindi a ridurre sul lastrico il gruppo di Friccio.
Circa ottanta minuti di spettacolo in cui non si può far altro che ridere. Panaro è abile a imbastire le disavventure del povero Friccio con una carica di ironia, frutto di una caricatura nemmeno poi così marcata, che malgrado porti a situazioni quasi al limite, non arriva al paradosso.
È la realtà che si svela sotto gli occhi di Friccio. Una realtà che, attraverso tutti i personaggi, parte dalla vanità soggettiva ed egoistica per arrivare ad un macrocosmo pessimistico in cui un uomo, solo, non può sciogliere l’intreccio senza esserne schiacciato.
“Perros de Espana”, un libro, una rappresentazione teatrale, ma sarebbe meglio dire una fotografia della natura umana, in cui ne escono indenni, almeno sotto un punto di vista morale, solo i perros, i cani randagi costretti a combatte per la sopravvivenza, piuttosto che per la vanità.
Non c’è da stupirsi allora se quando Friccio tornò a casa “si chiuse nel suo guscio per non uscirne mai più”.
L’arte del raccontare è messa in scena da Panaro con tutta la sua vitalità. Sono bastati un tavolino ed una sedia, qualche gioco di luci e tante risate del pubblico.
Il resto è purtroppo storia già vista. L’ironia per esorcizzare una decadenza morale? Forse. Ma se Friccio decide di chiudersi nel suo guscio, Dentice invita il pubblico a capirne il motivo.

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