Turchia, giornalisti, Europa

Francesco de Palo
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Cara Fortunata,
Andreas Robopulos è un giornalista di origine greca che vive in Turchia. È direttore del piccolo quotidiano turco Iho, edito in lingua greca, ed è stato oggetto giorni fa di un’aggressione con colpi di bastone alla testa da alcuni sconosciuti, proprio dinanzi alla redazione del giornale nel quartiere di Beyoglu, sulla sponda europea di Istanbul. L’episodio, che di per sé si commenta da solo per la gravità, ha però uno strascico preciso e incontrovertibile, perché non è avvenuto in un luogo qualsiasi del pianeta, ma in quello stesso Paese, la Turchia, che da un lato aspira all’ingresso in quel contenitore ormai allargato a priori e a dismisura che si chiama Unione Europea e dall’altro è in testa alla lista ‘nera’ stilata dal vicepresidente del Parlamento europeo, Mario Mauro, degli Stati persecutori dei cristiani (testo approvato con 57 sì e 2 no lo scorso 16 novembre a Strasburgo).
Le parole del vice portavoce del governo greco, Evangelos Antonaros, sono a tal proposito illuminanti: "Ci aspettiamo che le autorità turche arrestino e portino davanti ai giudici gli aggressori e adottino senza indugi tutte le misure necessarie affinchè tali episodi non abbiano più a ripetersi".
Purtroppo negli ultimi anni il termine persecuzione fa irrimediabilmente rima con Turchia, come dimostrano alcuni deprecabili episodi. Nel gennaio 2006 il pastore della chiesa di Adana, Kamil Kiroglu, fu picchiato selvaggiamente fino a perdere i sensi. Cinque i suoi aggressori che gli intimarono di abiurare la fede cristiana e convertirsi all’Islam, se non voleva essere assassinato. Altri casi di persecuzione, riportati sul «The Economist», avevano riguardato a Tarso un missionario neozelandese, che era stato percosso e invitato ad andarsene dal sindaco della cittadina. Mentre a un pastore protestante di Izmit era stata recapitata una lettera minatoria ed era stata dipinta una svastica rossa sulla porta di casa. Anche sul lavoro le discriminazioni sono evidenti. Bektas Erdogan, stilista di moda convertito da 11 anni al cristianesimo, fu percosso per due ore dal proprio datore di lavoro che lo accusava di svolgere opera missionaria e “lavaggio del cervello”. E come dimenticare i tre cristiani uccisi nell’aprile di quest’anno a Malatya o il più famoso assassinio dell’italiano don Santoro?
Solo lo scorso 24 ottobre il Parlamento europeo si era pronunciato in merito con un preciso richiamo: rammentava cioè al Governo di Abdullah Gul il decalogo da rispettare, ovvero spazio alle annunciate riforme in Turchia, rispetto delle minoranze religiose, ferma condanna per l’uccisione di don Santoro, più controlli civili sui militari e maggior rispetto della libertà d’espressione, senza dimenticare gli impegni su Cipro, curdi e armeni.
Nella sua ultima lettera don Santoro annotava: "Un Dio che attira con l’amore e non domina con il potere è un vantaggio da non perdere…Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di questo Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come cristiano, sale nella minestra, lievito nella pasta, luce nella stanza, finestra tra muri innalzati, ponte tra rive opposte, offerta di riconciliazione?".
Nulla, meglio delle ultime parole di don Santoro, credo possa invogliare alla riflessione e, ci si augura, al pentimento.

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