Paranoid Park

Angela Ragone

Da vedere e da ascoltare

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Fin dalle prime immagini del film di Van Sant si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un video-arte molto ben fatto. La sperimentazione visiva e l’ottima scelta musicale sono il tocco di classe di un regista che bene amalgama brani emotivamente coinvolgenti, associandoli a momenti topici ma apparentemente statici.
L’argomento scelto – e da un po’ di tempo quello privilegiato dal regista – è il patinato mondo adolescenziale, che similmente ai meravigliosi disegni del genio Schultz, viene rappresentato lasciando poco spazio agli adulti. Poche e rapide inquadrature che fanno fin da subito capire che quello che si sta raccontando è un mondo di confine, un’età di mezzo, in cui il ruolo dei grandi – e questo Van Sant è abilissimo nel renderlo visivamente – è essenzialmente quello della punizione, della censura, della severa o disinteressata supervisione. Non a caso infatti gli occhi che più a lungo incrociano quelli del giovane Alex sono solo quelli del detective, che perfettamente immerso nel suo ruolo di indagatore si mostra anche lui come pallido riflesso di un mondo che dista anni luce da quello degli esili giovani skaters. Non c’è contatto fra i due mondi. E all’esterno, quello che i grandi possono cogliere è solo un volto apparentemente inespressivo, un corpo dall’emotività pietrificata in cui ogni cosa – a cominciare dal sesso e finendo con la morte – è vissuto senza l’esuberante drammaticità degli adulti. Ma semplicemente con la muta, spaesata, impreparata, emozionalità adolescenziale. Non c’è traccia – in questo come in altri film del regista – dei tumulti emotivi tipici di imberbi ragazzini alle prese col mondo. Resta compresso, mai roboante, sempre annebbiato e sfuggente l’inaccessibile mondo interiore dei tanti piccolo futuri uomini e donne. Volutamente Van Sant lascia che allo spettatore arrivi in modo imprecisato e quasi indifferente il terrore di Alex prima di fronte al sesso e poi, ben più grave, di fronte alla morte. Che si presenta in una scena mirabile, dove la credibilità è giustamente scavalcata – similmente alle licenze poetiche – da una ben più efficace e terrorifica quanto grottesca impersonificazione della morte. La quale si manifesta sotto le spoglie di un mezz’uomo strisciante – un freak, guarda caso… – che guarda in silenzio e con un’espressione indecifrabile il suo assassino. Il quale solo per un attimo riesce ad mostrare quantomeno la fugace esternazione, quasi un eco, di panico e colpa. Per poi tornare di nuovo a proteggersi dietro l’usuale maschera di silente falsa indifferenza.

Il mondo dei piccoli solitari Charlie Brown che il regista anima è ancora più angosciante di quello descritto sulla carta. Le incomprensioni, i dubbi e le solitudini si moltiplicano in uno scenario in cui la rassicurante coperta di Linus, meraviglioso oggetto transazionale dalle evocazioni ancestrali, è allo stesso tempo desiderato e temuto. Un’ancora di salvezza che per Alex e i suoi amici è simbolizzata da un territorio neutro, appunto Paranoid Park, il cui nome stesso sembra suggerire che dietro la piacevolezza di un luogo protettivo, rassicurante e liberatorio, si celano comunque i pericoli e i segreti che il giovane adolescente teme istintivamente. Un luogo popolato da strani personaggi, un luogo per cui nessuno è mai pronto e in cui è meglio non andare mai da soli. Una sorta di bosco incantato, simile a quello delle favole, che nella sua ipnotica bellezza nasconde i suoi lupi. Un posto che evoca le atmosfere descritte da Angela Carter nei suoi fantastici libri, dove le favole talvolta assomigliano alla realtà soprattutto nei loro aspetti più terrificanti. Un posto che riflette l’intricato e apparentemente semplice mondo dei solitari, spauriti – e come sembra dire il regista, talvolta perfino terrificanti – adolescenti. Dei quali arrivano agli adulti solo pallidi riflessi, dove tanti incostanti e scorbutici disadattati prendono quello che vogliono – ma soprattutto quello che non vogliono – con la superficialità di un bambino.
Ma forse, guardando le bellissime immagini degli skaters che sciano sulle loro tavole, il dondolio silenzioso in cui indulgono questi uomini in miniatura suggerisce un linguaggio alternativo. Un linguaggio quasi autistico, comprensibile ai soli che lo parlano.
E che alterna al dolce e femmineo ritmo di musiche elettro-minimal, l’irruenza e la complessa profondità delle sinfonie di Beethoven.

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