Scaffale Laterza: Il lavoro non è una merce

La flessibilità uccide l”umanità e l’etica di chi presta la propria opera e, al contrario di quanto si creda, non aumenta l’occupazione
A Torino si è consumata una tragedia immane, con dolorose e inimmaginabili propaggini ancora in corso. Quella che passerà alla storia di questo sfortunato e distratto paese come la Strage dell’Acciaieria, sta diventando l’epifenomeno del degrado e dell’atomizzazione della cultura e dell’etica del Lavoro. Fino a pochi anni fa un vanto dell’Italia: oggi solo un pallido e frusto ricordo.
Un ricordo ancora più inquietante se si considera la sostanziale afasia sindacale e istituzionale di fronte ad un episodio che avrebbe dovuto innescare una vera catena d’indignazione collettiva e che non è riuscito nemmeno a fermare le idiozie televisive e radiofoniche o a far indire, per il giorno seguente, uno sciopero generale nazionale.
Un piccolo ma significativo segno di questa indifferenza è stata anche la totale mancanza di commenti all’editoriale pubblicato da barilive.it in cui si chiedeva, sommessamente ma fermamente, una sorta di mobilitazione spontanea e civile non solo in onore di quei morti ma, anche e soprattutto, per richiedere che si esca una volta per tutte da un equivoco spaventoso, in cui tutto il mondo sembra caduto senza rimedio e che, paradossalmente, unisce in una sorta di perverso ecumenismo, i marxisti più ortodossi ai capitalisti più convinti: la natura di merce del lavoro o, se preferite, della forza-lavoro.
Nel libro di Luciano Gallino*, uno dei maestri della Sociologia italiana, si ripercorre in 10 capitoli ed una prefazione la via crucis che ha ridotto l’Italia ed i suoi lavoratori al circo della flessibilità e della precarietà. E questo non solo non ha prodotto alcun vero vantaggio in termini di occupazione e sviluppo, ma ha disperso il patrimonio di sicurezza e legislazione sociale, che ebbe la sua punta di diamante nello Statuto dei Lavoratori, la legge 300 del 1970.
Le ricadute di questa parcellizzazione esasperata in termini di tipologie di “contratti” di lavoro, che è stata regolamentata dalla legge Biagi (30/2003) si stanno sentendo anche nell’ambito della partecipazione politica e sindacale. Gallino legge una diretta connessione fra flessibilità e afasia sindacale, fra flessibilità e scarsa sicurezza sul lavoro (e Torino ne è una tragica e mortalmente barocca conferma), fra flessibilità e depauperamento della cultura e dell’etica del lavoro che, come solennemente viene dichiarato a Filadelfia nel 1944, quando nacque l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, non è una merce.
“Permettere al meccanismo di mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale perfino della quantità dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione della società” scriveva, sempre nel 1944 Karl Polanyi nel suo La grande trasformazione.
Oggi queste contraddizioni sembrano essere giunte al punto di maturazione richiesto per una ripensamento generale, ed il testo di Gallino ci offre più di un utile spunto, non solo di riflessione ma di suggerimento circa le strategie sociali e sindacali da intraprendere per invertire questo mortale andamento di decadenza e tradimento dello stesso primo articolo della Costituzione Italiana che, appunto, fa del Lavoro nella sua pienezza etico-antropologica, il fondamento del nostro stare insieme. Anche nelle prospettive di una irreversibile globalizzazione.
*Luciano Gallino, Il Lavoro non è una merce, contro la flessibilità, Laterza, Bari-Roma 2007, pp.173, 14 euro
Commenti
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Non parliamo del lavoro intellettuale che è alla mercè di chi lo precarizza a tal punto da renderlo praticamente un favore al signorotto di turno…siamo ormai nell’abbandono più totale del rispetto della persona






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