Benedetto Petrone, 30 anni dopo…

E’ la Bari dei perenni commerci la città che in modo apparentemente defilato vive il tremendo 1977.
E’ la città della destra tradizionale, insofferente ad Aldo Moro certo, ma è anche e forse di più la città di Vito Lattanzio, potente capocorrente DC, manutentore di pacchetti di tessere e voti, procacciatore di affari ed elargitore di valide raccomandazioni.
E’ la città del ‘comitato tricolore e della maggioranza silenziosa’ che non disdegna di travasare alla bisogna voti democristiani nel MSI; è la città del Pinuccio Tatarella in carriera e del suo giornale che quotidianamente tiene ‘sotto schiaffo’ i democristiani in Consiglio Comunale e non solo, rappresentanti le confraternite del mattone, del commercio e delle professioni in perenne conflitto d’interessi nel saccheggio delle risorse pubbliche.
E’ la città dove con maggiore accanimento politico si alimenta la teoria degli opposti estremismi a garanzia di un centrismo DC, tacitamente colluso con i voti fascisti, che si offre a salvaguardia dei poteri di casta nel capoluogo come nei grandi centri della provincia barese.
Ma è anche la città del voto popolare ed operaio crescente a sinistra del 1975 e del 1976 che deve essere ricondotta in qualche maniera a ragione; è la città dell’affare e del malaffare che assiste turbata alla rottura di tanti schemi perbenisti e di maniera, dove un’ intera generazione si va rinnovando nell’incontro con la battaglia politica e salariale dei metalmeccanici della zona industriale, degli edili, dei braccianti e dei giovani apprendisti.
E’ una generazione di cittadini che dilata il suo punto di vista, riconosce l’azione corruttrice della speculazione edilizia nello spostamento pezzi di città verso nuove periferie abitative, nell’avanzare di una nuova leva criminale che vuole ammodernare i suoi traffici illegali proteggendoli con collusioni politiche e favori elettorali.
Qui una generazione, quella del comunista Benedetto Petrone e di tantissimi altri democratici e non comunisti, sta tentando di percorrere sino in fondo la sua trasmutazione culturale anche attraverso la riaffermazione decisa del valore delle identità di genere.
Nelle aule dell’Ateneo barese e nei corridoi occupati di licei ed istituti tecnici, per le strade dei cortei e delle manifestazioni democratiche al grido di “operai e studenti uniti nella lotta”; ovvero nelle sezioni dei movimenti e dei partiti di sinistra, primo fra tutti il PCI, si ricompongono i luoghi organizzati della trasformazione democratica e popolare della società che tiene testa anche alle deviazioni dai compiti istituzionali di parti dello Stato. Luoghi di produzione di veri e propri anticorpi politici al dilagante e sempre più suggestivo ricorso all’azione delle armi omicide, tanto devastante proprio in quell’anno.
E’ questa, per grandi linee, la Bari fibrillante ed emotiva di quelle giornate, in cui una parte della politica cittadina, che nulla può dal suo presidio antico, emblematicamente posto all’ingresso alla facoltà di legge, consapevolmente, invita ed ospita Giuseppe Piccolo uomo di Ordine Nuovo residente a Roma, posto a capo di un manipolo di fascisti con base operativa nella federazione dell’allora MSI, ne sostiene l’opera provocatoria, ne protegge l’azione omicida e ne occulta l’arma e ne garantisce la fuga.
In questo anche la semplice cronologia degli eventi successivi ha il suo valore simbolico e la dice lunga sulle esigenze di mantenimento del basso profilo su di una ragionata e gravissima provocazione politica.
E’ il 28 novembre 1977 e solo dopo un altro omicidio compiuto in Germania, a quasi un anno di distanza, esattamente il 17 novembre del 1978, il pluriomicida fascista viene arrestato.
Si dovrà attendere il mese di ottobre 1979 per l’estradizione in Italia. Qui, a sostegno della tesi dell’azione isolata di un pazzo omicida immediatamente sostenuta da ampi settori della pubblicistica e della politica nostrana, il Piccolo è subito rinchiuso nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto ed il 26 marzo 1981 è l’unico condannato a 22 anni di carcere, rispetto ai 26 anni richiesti del P.M., mentre altri 7 neofascisti imputati sono riconosciuti non colpevoli e prosciolti definitivamente.
Abbandonato al suo destino disperato, il Piccolo morirà suicida nel carcere di Spoleto nell’agosto del 1984.
Al dunque, quanto di quel generoso e disinteressato impegno generazionale progressista ed antifascista è giunto ai nostri giorni !.
Quanto di quella appartenenza si è convenuto di tramandare, quanto è oggi leggibile nell’azione politica dei tanti impegnati in queste giornate.
Certo siamo in un’altra fase politica, differente è l’agire degli interessi di parte nella città che intende essere dinamica e metropolitana.
Si ridefiniscono continuamente gli obiettivi, i percorsi per perseguirli, ed i complessi processi di influenza sulla politica ed a noi comunisti, che abbiamo maturato nell’esperienza condotta da quegli anni in poi un profondo senso della concretezza è richiesto di non smarrire ma innovare, i valori dell’esperienza politica organizzata vissuta e sin qui resistita.
Commenti
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Io c’ero quel giorno,sempre presente nei miei pensieri,a rendere onore alla salma di Benedetto.Ma mi chiedo.” Dove è quella classe dirigente giovanile che in nome del PCI,PDS,DS lottava per quegli ideali ? ” Bari oggi è diventata la capitale del ” DOVE TI PORTA IL VENTO” lo dobbiamo a quella arrampante classe politica che tradendo il passato e la loro missione ha pensato solo a se stessa, riuscendo a sedere sia nel parlamento europeo che nel governo italiano. RIPOSA IN PACE BENEDETTO.
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Vivevo a Bari, c’ero anche io quel giorno. Sono felice che di Benny la città si ricordi. Con Benny fu ucciso un sogno: un altro futuro per i ragazzi di Bari Vecchia. Due slogan di quei giorni erano: 28 novembre, bandiere rosse al vento, un partigiano è morto ne nascono altri cento.
e l’altro: Benedetto è vivo e lotta insieme a noi.
Di Bandiere rosse ne vedo pochine, di partigiani meno. La lotta è roba da club.
Ma almeno la memoria è stata rinfrescata.






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