La Marcia su Roma delle Donne Pugliesi

Paola Mammarella

Prenotazioni ancora aperte presso il Centro Antiviolenza “Desirè”

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Marceranno al suono del motto “Vivere con attenzione” le donne dei centri antiviolenza pugliesi che sabato 24 novembre si incontreranno a Roma per dire basta al femminicidio. Tre i pullman organizzati dalla rete che fa capo all’associazione “Usciamo dal silenzio”, riunita ieri al Fortino S. Antonio per fare il punto della situazione. Impegnate contro le stragi ai danni delle donne, i gruppi pugliesi propongono un approccio innovativo. Parlare di femminicidio, in linea con le posizioni dei movimenti latinoamericani significa intendere come pervasivo il fenomeno violenza, che superando tumori e incidenti stradali è la prima causa di morte per le donne di tutto il mondo. Senza isolarlo ai fatti di cronaca, che puntano il dito contro gli stranieri più che concentrarsi sul binomio uomo – donna, bisogna pensare che il genere femminile non è vittima di squilibrati occasionali, ma di un sistema consolidato. Aggravato da politiche errate, che hanno strumentalizzato le paure xenofobe per l’approvazione del pacchetto sicurezza senza nessun miglioramento per la condizione femminile. “L’assassino ha le chiavi di casa”, afferma Anna Belligero di “Usciamo dal silenzio”.

I dati raccolti dimostrano che le violenze domestiche superano di gran lunga le aggressioni compiute da estranei. Secondo Rosy Paparella del gruppo “Desiderandae” è rassicurante pensare che i pericoli derivino da chi è diverso, dall’“altro”. In quest’ottica le donne subordinate all’uomo sono sinonimo del mondo musulmano e l’opinione pubblica trae sollievo alla notizia che il maggiore sospettato dell’omicidio di Perugina non sia un italiano, ma un ragazzo di colore. Le lesioni fisiche poi rappresentano solo l’aspetto visibile e più grave. Da non sottovalutare la violenza psicologica ed economica, più difficile da individuare e sconfiggere a causa delle poche strutture di accoglienza presenti in Puglia. “Le vittime rimangono col proprio aguzzino perché altrimenti non sanno di che vivere”, spiega Annamaria Montanaro, coordinatrice regionale dei centri antiviolenza. L’uccisione di una donna è la risoluzione di un rapporto dispari e autoritario, che passa attraverso l’annientamento, la denigrazione, il mancato riconoscimento del lavoro domestico, le percosse. Anziché luogo degli affetti la famiglia può diventare una prigione da cui è difficile emanciparsi. Colpa di una cultura che la ritiene a prescindere un bene assoluto, o che considera lo stupro una reazione alle provocazioni femminili. “E’ un crimine dire a una donna di star zitta perché non capisce niente”, continua Annamaria Montanaro. I messaggi negativi vengono infatti interiorizzati producendo comportamenti sottomessi, carichi di paure e privi di autostima. Ferite profonde, difficili da rimarginare perché ignorate dalla società.
Le prenotazioni per partecipare alla marcia sono aperte presso il Centro Antiviolenza “Desirè”, 0805559566.

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