Bari da (ri)fondare
Una mostra alla Pinacoteca della Provincia fino al 2 marzo
Il bianco e nero ha un nitore commovente, la città si squaderna sotto gli occhi del visitatore senza segreti e senza pudori. Sono le straordinarie foto, in grande formato, di Gabriele Basilico, maestro dell’immagine urbana che ha costruito un vero e proprio portfolio della nostra città fra il 2006 il 2007. La Mostra, con dodici dei pannelli arricchiti da istallazioni sonore a cura di Alessandro Piva, resterà esposta sino al 2 marzo, nelle stesse sale in cui la Pinacoteca tiene i capolavori degli artisti pugliesi o che hanno lavorato nella nostra regione.
Ed è già un evento culturale questo guardarsi e parlarsi fra epoche diverse, fra colori e sapori diversi. Cercando di capire Bari. Il libro di fotografie, edito da Motta e arricchito dagli interventi di Carlo Bertelli, Giandomenico Amendola e Alessandro Piva, funge da catalogo ma, a nostro avviso, è un vero manuale di storia di Bari narrata dalle sue pietre, dalle sue facciate, dalle sue periferie. 105 immagini eloquenti, chiare, impegnative.
Basilico ci restituisce una Bari come non l’avevamo mai vista (e pensata): quella umbertina e post-unitaria, con la sua precisa idea di città fondata (come ha ricordato Amendola), di città voluta e pensata prima di essere costruita. E quella post fascista, nata su se stessa ma non da se stessa. Una città senza monumenti che non siano lo stadio di Renzo Piano o lo scheletro ancora in piedi dell’ecomostro di Punta Perotti.
Una città che in realtà, oggi. non ha un vero progetto urbanistico ma ha solo un piano regolatore (quello di Quaroni) il che equivale a dire che di una biblioteca si hanno solo gli scaffali ma non c’è traccia di libri. Una città che gli autoctoni non riescono a leggere da soli (Alessandro Piva ha potuto realizzare le sue istallazioni sonore dopo aver visto le immagini di Basilico) e che gli "stranieri" come Carlo Bertelli (con un’illuminante prefazione al catalogo) vedono e sentono molto meglio standone lontani o tornandoci dopo lungo intervallo.
Molto si deve anche, per capire questa mostra che Vittorino Curci , alla provincia responsabile della Cultura sente come evento di grande valore, impatto e durata, all’intervista che la curatrice Clara Gelao fa con umiltà e affetto allo stesso Basilico: le sue domande, semplici e profonde, generano risposte altrettanto semplici e profonde, indispensabili per comprendere appieno la portata del lavoro di questo maestro dell’immagine urbana, che ha vissuto la nostra città per il periodo necessario a trarne l’essenza, poi consegnata alle lastre (10×12 cm) della sua macchina fotografica a banco ottico.
E se Basilico guarda Bari "ad occhi asciutti" (come afferma Bertelli citando un grande della poesia africana, Agostinho Neto), noi sentiamo che invece la sua anima si è chinata su questa città ed ha colto in pieno le sue eterne contraddizioni, le sue "stranezze", secondo l’analisi di Amendola. Una città sul mare ma che al mare sembra voltare le spalle più che spalancare le braccia, una città senza monumenti o che adotta come tali ciò che è effimero per natura, come il prato di punta Perotti, l’ossimoro, dice Amendola, di un monumento temporaneo.
Una Bari, insomma, come non l’avete mai vista o come non sarebbe possibile mai vederla se non attraverso l’occhio del litomante Basilico: colui che piega la luce alle vibrazioni sottili della sua anima in grado di vedere anche per noi ciò che c’è, che ci potrebbe essere, che ci sarà.
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