Il silenzio che legalizza l’incostituzionalità

Riceviamo e pubblichiamo
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Riflettevo questi giorni sulle notizie che scorrono in testa a giornali e telegiornali. I test di ammissione alle facoltà universitarie ormai sono sulla bocca di tutti ma ritengo che in pochi, salvo i diretti interessati, si domandino cosa voglia dire e cosa comporti questo recente istituto scolastico.

Partiamo dall’inizio: accetto a malincuore l’idea che ci siano dei costi da sostenere per l’iscrizione alle suddette prove pur non potendo rinunciare a chiedermi come mai affittare una sedia e una porzione di banco per circa un paio d’ore possa arrivare a costare mediamente 40€ (il noleggio di un automobile, per un giorno intero, è meno caro). Certo ci sono i costi per remunerare coloro che compongono i quesiti dei test (uguali in tutta Italia!), i costi relativi alla stampa dei suddetti test ma tuttavia i conti non tornano.

Veniamo ai dati:

11 Settembre 2007, Bari, prova di ammissione ai test di scienze della formazione primaria:

1.935 iscritti per un totale di 67.725€ (35€ a studente) entrati nelle casse dell’Università di Bari per l’affitto di 10 aule del Politecnico e la retribuzione dei commissari.

“Potrei” anche ammetterlo.

Quello che inizio a non ammettere è la discriminazione che ad esempio viene fatta tra studenti di Nord e Sud Italia.
Dai dati pubblicati in un articolo de “Il Messaggero” in data 07 Settembre, risulta quanto segue:

Trentino: 1.453 iscritti per 993 posti disponibili

Emilia Romagna: 14.596 iscritti per 4.303 posti disponibili

Puglia: 20.299 iscritti per 4.765 posti disponibili

Sicilia: 14.736 iscritti per circa 500 posti disponibili

Ed ecco facilmente visibile come l’Italia da Nord a Sud assomigli ad un termometro di possibilità, direttamente proporzionali alla latitudine terrestre in cui gli aspiranti-studenti risiedono: più si scende e più la febbre sale!

Allora mi chiedo: un tempo si migrava al Nord per trovare lavoro, adesso bisognerà iniziare ad allestire valige di cartone al compimento del 18esimo anno di età, sempre che ci siano dei genitori con la voglia e soprattutto la possibilità di finanziare sogni con le ali di piombo. Oltre ai costi delle tasse universitarie, uno studente dovrà sobbarcarsi i costi degli spostamenti e dell’alloggio, del vitto e dell’elettricità, dell’acqua e del gas. Ammesso che abbia avuto l’opportunità di andare a sostenere il test di ammissione in una delle poco affollate università settentrionali (ed è intuitivo capire che, se sono così poco affollate, è perché a 18 anni viene già offerta la possibilità di trovare lavoro). Come non dedurre che i meno abbienti vengono penalizzati e consapevolmente; e che i meno abbienti residenti al Sud vengono addirittura lesi in uno dei diritti sanciti nel lontano 1948 dall’articolo 3 della nostra cara e ignorata Costituzione che così recitava:
“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Cosa rimane a questo povero Meridione: mare, sole, boschi (fino al prossimo piromane!), qualche industria tossica in quel di Taranto, arte, cultura e tanta rassegnazione. Togliere non solo il diritto di studiare nella propria regione ma togliere addirittura il diritto di studiare, ritengo sia quanto di più incostituzionale uno Stato possa fare. I cervelli a volte fanno bene a fuggire ma dovrebbero anche ricordarsi di tornare, ogni tanto, con l’arma più forte che è quella della consapevolezza che la testa deve essere alzata, sempre, soprattutto quando uno Stato impunito cerca di interrarla sotto la sabbia dorata delle nostre spiagge d’autunno, tanto belle quanto vuote.

Alessandra, 26 anni, laureata (per fortuna!)

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