Altiero Spinelli e l’Europa

Dibattito in Fiera sul processo di integrazione europea
Altiero Spinelli è uno dei padri dell’Europa Unita: un utopista che ha sempre tradotto in realtà il suo ideale di unione a livello sopranazionale e che ha lavorato tanto anche contro tante difficoltà.
Il suo impegno, la sua dedizione e la volontà di andare al di là dei nazionalismi locali hanno ispirato tanti studiosi, tra cui il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ha raccolto in un libro le esperienze vissute da Spinelli per portare avanti il grande ideale di unità dell’Europa.
Questa mattina a Bari, nell’ambito dei lavori della Fiera del Levante, si è tenuto un dibattito sull’importanza del lavoro europeista e sui motivi che oggi rendono forse un po’ più lento il processo di integrazione e di realizzazione dell’Europa, partendo dall’analisi del libro del Capo dello Stato 50 anni dopo la firma dei Trattati di Roma.
Quali dunque le cause del rallentamento del processo di sviluppo europeo? Hanno provato a dare una risposta a questa dura realtà Ennio Triggiani, preside della facoltà di Scienze Politiche, Giuseppe Vacca, presidente dell’Istituto “Antonio Gramsci”, Pier Virgilio Dastoli, attuale rappresentante in Italia della Costituzione Europea (nonché collaboratore diretto di Altiero Spinelli) e Pietro Pepe, presidente del Consiglio Regionale Pugliese, moderati da Maddalena Tulanti, caporedattore del “Corriere del Mezzogiorno”; tutti gli interventi hanno tenuto in considerazione come, nel corso degli anni, l’Europa abbia compiuto forse qualche passo autolesionistico.
Su tutti, i referendum francesi e olandesi tenutisi all’indomani della firma del Trattato Costituzionale Europeo del 2004 a Roma, che hanno registrato un clamoroso insuccesso europeista: la responsabilità, ad ogni modo, è da ricercare in situazioni che tendono a privilegiare politiche e decisioni tipicamente nazionalistiche che poco si coniugano con la realtà europea, tipicamente sopranazionale.
La scelta di affidare il successo (o l’insuccesso) popolare del trattato costituzionale ad un referendum è deficitaria in partenza, poiché è necessariamente influenzata dagli eventi interni che non garantiscono un quadro d’insieme obiettivo.
“Sì al referendum – sostiene Triggiani – ma con cautela. Il referendum avrebbe avuto un senso se fosse stato consultivo, ma soprattutto se si fosse tenuto in contemporanea in tutta Europa”.
In sintonia con Triggiani anche Giuseppe Vacca: “Affidare ad un referendum l’esito del lavoro di una commissione significava lasciare l’atto più forte della sopranazionalità europea a movimenti nazionali, così come avvenuto qualche anno prima in occasione della nascita dell’euro, quando, anziché pensare a politiche di largo respiro, si è assistito ad un processo di rinazionalizzazione dell’economia”.
Il libro di Napolitano ha cercato di spiegare come, tra le varie cause del rallentamento del processo europeista, ci sia anche la grande novità che un evento del genere ha portato con sé; era inevitabile, infatti, che qualunque nazione avrebbe risentito della perdita di una buona parte della propria nazionalità a vantaggio dell’Europa, ed ha reagito in varie maniere.
E alla fine, una battuta sul direttorio a tre che escluderebbe, di fatto, l’Italia: “Non sono d’accordo – ha dichiarato Triggiani – perché il nostro paese, in quanto fondatore dell’Europa Unita, deve necessariamente esserne protagonista!”
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