Articolo 10, la storia di Mohamed

Gianpietro Occhiofino

Fuggita dalla Somalia nel ’94, arriva in Italia nel 2003, passando per Kenya e Libia

0 commenta

Quale tremenda storia ha alle sue spalle Mohamed. E nell’oggi, con due bambine di 9 e 8 anni, non può sperare del tutto. Caduto nel 1991 in Somalia il regime del dittatore Siad Barre, tutti gli appartenenti alla sua etnia finiscono con l’essere perseguitati. Vengono uccisi i suoi genitori, sua figlia e tutti i parenti di Mohamed, che diventa schiava e subisce continui stupri. Nel 1994 la giovane donna riesce a fuggire, supera il confine del Kenya. “In quel Paese sono stata ricoverata in ospedale. Sono rimasta lì dentro per più di un anno. Non per le ferite riportate, ma per il mio stato mentale. Ero in preda ad un forte esaurimento”.

Mohamed, lentamente si riprende. Migliorano le sue condizioni di salute. “Dopo qualche mese sono stata dimessa dall’ospedale. Non potevo rimanere in Kenya, in quel luogo non avevo alcuna possibilità di sfamarmi”. Nel 1995 si sposta in Libia. “Qui trovo lavoro come domestica. Purtroppo i soldi che guadagnavo erano troppo pochi. Non riuscivo a tirare avanti. Nonostante le grosse difficoltà economiche, comunque, riesco a resistere per un bel po’ di anni”.

In lei, però, si fa sempre più strada l’idea di emigrare in Europa. Un diritto sacrosanto, quello di migliorare la propria esistenza. “Nel giugno del 2003 io insieme ai miei bambini sbarchiamo sulle coste di Lampedusa. Qui ci viene garantito il vitto e l’alloggio”. In virtù della sua tragica esperienza, Mohamed ottiene senza difficoltà lo status di rifugiata politica. A fine Luglio lascia la Sicilia e parte per Roma. ”Purtroppo in quella città la vita non è stata facile. Ho dormito per diversi giorni con i miei bambini alla stazione Termini”.

Convinta da alcuni suoi connazionali, decide di partire per la Scandinavia. “Nel settembre del 2003, mi trovo in Svezia. Qui mi viene assegnata una casa, un fisso mensile di sostegno e i miei bambini cominciano ad andare a scuola. Penso che, finalmente, la mia vita sta cambiando”. Al momento di regolarizzare la sua posizione legale in Svezia, ripiomba nella tragedia. In applicazione delle disposizioni contenute nella Convenzione di Shenghen, è costretta a ritornare in Italia. Il paese, cioè, nel quale ha ottenuto la sua condizione di rifugiata.

Tornano a Roma e, sempre seguendo i consigli di alcuni connazionali, decide di partire per Bari. “Fortunatamente trovo ospitalità presso una delle vostre parrocchie per qualche giorno. Ma subito dopo sono costretta a cercare altre soluzioni. Sono costretta, ancora una volta, a dormire in stazione”. La disperazione spinge Mohamed a intraprendere un nuovo viaggio. Questa volta la meta da lei ambita è la Finlandia. “Anche qui, mi hanno concesso una casa, un fisso mensile e la possibilità di mandare i miei figli a scuola. La nuova vita, peròٍ, durerà soltanto otto mesi”.

La famosa impronta digitale la rispedisce nel profondo abisso. Ancora Bari. Questa volta, peròٍ, diverse associazioni prenderanno a cuore la sua storia. “Grazie all’aiuto di alcuni volontari di una parrocchia, ho trovato lavoro come domestica. Abito in un appartamento assieme ai miei figli che frequentano una scuola della vostra città”. La vita, per Mohammed, comincia a percorrere, molto lentamente, strade meno tortuose. Queste tragiche “espressioni di vita postmoderna”, ormai, ci appartengono. Girare lo sguardo dall’altra parte, di certo, non le eliminerà.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!