1000 euro possono bastare…
Se fosse garantito un reddito di cittadinanza, quale nuova misura di welfare universale, di certo si avrebbe la possibilità di rifiutare un lavoro di 10 ore gionaliere a 600/700 Euro mensili
Gentile Direttrice,
prendo spunto dal suo articolo e dalla critica che fa ad un tale candidato sindaco di questa città per affrontare una questione che ritengo centrale nella costituzione di una soggettività politica che sappia declinare al meglio desideri e bisogni che agitano la attuale società: il reddito di cittadinanza.
Per non essere noioso farò un po’ di ironia, sperando che ciò non leda la autorevolezza di una tesi sostenuta da studiosi di differenti scienze sociali.
Beninteso, non conosco nulla di questo signore che ha come “programma quello di far campare “alla sgroscia” la popolazione”, come Lei scrive e, dunque, non intendo parlare di lui.
E, tuttavia, essendo un sostenitore dell’idea della riduzione della giornata e della vita lavorativa in favore dell’arricchimento delle relazioni tra uomini e donne (in qualsiasi combinazione si presentino) qualche domanda me la pongo e la giro a voi altri.
Nel farlo sarò sintetico e, al limite, approssimativo, ma non credo di avere spazio per scrivere saggi!
Parto dal presupposto che la produzione di reddito e di ricchezza (in Europa ed altrove) è in continuo aumento, sì come la divaricazione tra ricchi e poveri. Altro presupposto è che anche chi formalmente disoccupato o precario, oggigiorno, contribuisce a questa produzione di reddito e ricchezza di pari modo rispetto al lavoratore comune. Tanto fa attraverso la circolazione delle sue idee che, nella società dell’informazione e della conoscenza, vengono fatte proprie da altri a fini commerciali (pensiamo solo al lavoro svolto all’università da studenti e precari per averne un’idea; o alla produzione di tanti nell’industria discografica o farmaceutica, la cui ricchezza si cristallizza in brevetti, marchi, diritti d’autore usati da altri e così via sino ad arrivare alle biotecnologie ed al lavoro agricolo svolto nei paesi del sud del mondo).
Ebbene, non sarebbe il caso di retribuire egualmente queste attività? L’idea che il lavoro (e non le relazioni umane) sia il fondamento della società o il cemento delle relazioni sociali – pensiero certamente ricco di risvolti positivi ed emancipativi per il genere umano vissuto nello spazio tempo del capitalismo mercantile prima ed industriale poi – è stato proprio della cultura cattolica, di quella liberale e di quella socialista. Ma oggi essa assurge a mera forma di costrizione della vita, di ricatto.
Sulla base della ideologia lavorista, oggi i ricchi possono affermare che occorre ridurre le garanzie del lavoro per generare occupazione e che occorre ridurre salario e pensioni oggi per permettere a chi vivrà domani di averne.
Detto così pare paradossale. Ed infatti la politica italiana è paradossale. Tanto che questi ragionamenti li fanno e li praticano anche (forse soprattutto) quelli che amano definirsi di una certa qual “sinistra radicale”. Radicale in che non è chiaro, ma la comunicazione a martello ha i suoi effetti benefici …. per un po’! Per passare al piano politico mi viene da chiedere: ma quando un anno e più fa il centro sinistra è andato al governo perdendo politicamente (anche se non quantitativamente) le elezioni, si è chiesto le ragioni della perdita di consensi tra quanto ci si aspettava e quanto ottenuto?
Fassino e Rutelli prima di dire che era il momento di fare il PD si sono chiesti a quali domande sociali avrebbe dovuto rispondere quella formazione politica? E Bertinotti, Giordano, Mussi e Diliberto? Si sono chiesti come mai tante persone hanno votato a destra prima di sparare cose rosse, gialle o a pallini?
Il problema (almeno uno dei problemi) a me pare essere la precarietà. Che non è del lavoro, perchè lavoro credo ve ne sia abbastanza (nero, precario, intermittente, flessibile, a chiamata, interinale ….). Se le cifre della disoccupazione fossero quelle che ogni tanto paventano (al sud in alcune regioni si va oltre il 40% della disoccupazione giovanile) avremmo avuto una rivoluzione da tempo. Ma non una rivoluzione “gentile”. Una rivoluzione vera e propria! Ed invece il problema credo sia la precarietà della vita. Oltre le chiacchiere questo comporta fatti molto concreti.
Il primo è che, dominante la visione lavorista della società, si è costretti ad accettare qualsiasi tipo di salario offerto a giovani o meno giovani senza avere alcun potere contrattuale (non parlo dei sindacati perchè il discorso sarebbe lungo, dico solo che è evidente che le strutture sindacali odierne abbiano difficoltà a declinare i conflitti metropolitani come invece fecero per quelli di fabbrica).
Se fosse garantito un reddito di cittadinanza, quale nuova misura di welfare universale, di certo si avrebbe la possibilità di rifiutare un lavoro di 10 ore gionaliere a 600/700 Euro mensili. O per lo meno si potrebbe protestare senza timore di licenziamenti.
Il fatto è che il welfare state lo fanno partiti e sindacati e questi, si sa, sono restii a perdere potere contrattuale (il loro) in favore di una cessione di sovranità nei confronti dei singoli individui. Guardiamo cosa ha fatto il Comune di Bari con il salario di inserimento: perchè dare soldi alle imprese e non ai singoli se l’impresa non deve garantire nemmeno un futuro contratto di lavoro? Perchè così la torta se la giocano i partiti e le loro lobbies. Poco importa che si parli di PD o di PRC, alla fine tutti loro hanno votato quella misura così come a livello nazionale il trasferimento del TFR sui mercati finanziari. E, quindi, loro misure del genere non ne attueranno mai se non costretti a farlo.
Credo, invece, che una combinazione di reddito diretto (cioè monetario) ed indiretto (cioè servizi: scuola, cultura, trasporti, salute, casa …) erogato ai singoli sia lo strumento utile tanto a fare uscire milioni di persone dello stato di precarietà che li avvolge quanto a togliere potere ai partiti politici in favore della costruzione di aggregazioni sociali autonome ed indipendenti che possano contribuire alla crescita collettiva. Certo, per fare questo c’è bisogno di risorse. Ma non è che non ci siano, solo che sono indirizzate in altro senso per precisa scelta politica.
E c’è bisogno, anche, di impedire che qualcuno possa approfittare di un così generoso stato sociale, magari prendendo i soldi dallo stato o da altra istituzione per poi lavorare al nero.
Il rischio c’è, soprattutto se le rimesse ai singoli sono tanto basse da non permettere una sopravvivenza dignitosa. Ma con un reddito di cittadinanza equo e buoni controlli il discorso sarebbe ben diverso. A questo punto, si, anche io mi sento di criticare il nuovo candidato a sindaco per le elezioni del 2009: la somma che promette è troppo bassa per non essere solo (oltre che propagandistico) un meccanismo assistenziale.
1000 Euro, invece, possono bastare!
Cordialmente, Dario
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