Piani di Zona, questi sconosciuti…

Marilina Miacola

Capire dove sei e con chi sei per programmare meglio gli interventi di recupero: questo uno dei mille compiti dell’assistente sociale

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Nei 100 anni che separano la riforma del welfare dalla legge Crispi, la politica sociale del nostro paese è profondamente mutata.
La tanto attesa legge quadro in materia di assistenza L.328/2000 ha portato una ventata positiva di cambiamenti nell’assetto della programmazione dei servizi sociali.
Tale normativa ha infatti completato il percorso legislativo cominciato con il D.P.R. 616/77 fino al D.lgs 112 del ‘99 attraverso il quale la programmazione dell’intera gamma dei servizi sociali è passata alla Regione.
Ma la modalità concreta di erogazione dei servizi, ossia lo strumento operativo introdotto dalla riforma è quello del Piano di zona che vede oggi concludere la prima tornata di sottoscrizione degli Accordi di programma da parte dei soggetti chiamati a svolgere una funzione programmatica nella rete dei servizi territoriali.
Il processo di progettazione delle politiche sociali di ambito previsto dalla legge quadro sui servizi sociali ha concluso così la prima fase: si sta vagliando ora la possibilità di rinnovare la collaborazione degli ambiti per la stesura di altri Piani di zona dei servizi sociali.
Ma prima di procedere facciamo il punto della situazione: dall’analisi dei report che gli ambiti territoriali stanno trasmettendo alla regione Puglia emerge un quadro chiaro della situazione attuale.
L’attenzione è rivolta soprattutto all’ammontare della spesa sociale al 31/12/2006.
Sono ormai più della metà gli ambiti che hanno presentato le schede di rendicontazione.
Dai dati emerge che anche se con un po’ di ritardo rispetto ai tempi previsti, i servizi sono stati attivati nonostante l’esistenza di un regolamento unico di ambito per l’affidamento dei servizi e la compartecipazione dei cittadini agli stessi è un evento recente.
Inoltre nonostante la legge quadro nella costruzione dei piani di zona abbia previsto la concertazione fra enti pubblici e terzo settore finalizzata alla costruzione di una rete nella realtà questo rapporto è diversamente articolato.
Cos’è in gioco nella costruzione delle politiche sociali locali?
Lo strumento principale è la governance, ossia l’utilizzo delle risorse in modo efficiente ed efficace rispetto agli obiettivi.
Ciò che rende possibile una buona governance è la regionalizzazione delle politiche sociali, l’integrazione fra pubblico e privato e il piano di zona.

Alla luce di ciò l’assistente sociale non può che essere il protagonista delle politiche sociali nella misura in cui il suo compito è quello di analizzare i bisogni delle fasce deboli della popolazione e di rimuovere gli ostacoli attraverso l’utilizzo di risorse atte a predisporre un intervento.
L’assistente sociale funge quindi da trait d’union tra l’utenza e l’organizzazione politico-sociale in cui si colloca.
In sostanza è regista del piano di zona.
Nella realtà spesso e volentieri ciò non avviene: l’assistente sociale è più impegnata al fronte che nella redazione di un piano di zona, secondo quanto ricavato dalle testimonianze di alcuni assistenti sociali iscritti ai sindacati.
Nella stragrande maggioranza dei comuni ai tavoli di concertazione per la predisposizione dei Piani di zona siedono amministratori, politici e dirigenti, meno che gli assistenti sociali.
Perché allora non utilizzare il contributo degli assistenti sociali che conoscono bene il territorio e le esigenze dell’utenza?
Dalle buone prassi di lavoro possono scaturire delle buone prassi teoriche di indirizzo.

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