Articolo 10: tornano le storie dei nostri immigrati

Gianpietro Occhiofino

Un Romeo e una Giulietta dalla pelle nera: ma Shakespeare non c’entra in Senegal

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La storia di Tchagole è molto triste. Si tratta della vita di un giovane senegalese che paga per l’amore di una ragazza, in dolce attesa del loro primo figlio.”Nel mio Paese lavoravo come elettricista, in un piccolo villaggio vicino Dakar”. Tutto sembrava scorrere liscio: amore, figlio, lavoro.
“Nel Dicembre del 2005, purtroppo, il padre della mia fidanzata, usando le sue conoscenze, mi ha fatto arrestare. Lui è un importante uomo d’affari senegalese di religione cristiana. E’ sempre stato contrario alla mia relazione con sua figlia, perché io sono musulmano”.
Una tipica questione di persecuzione per motivi religiosi.

“Dopo la scoperta della gravidanza di sua figlia, decise che dovevamo separarci. Così mi fece prelevare da alcuni suoi amici poliziotti”.
In prigione, in una stanza con altri dieci detenuti, Tchagole viene selvaggiamente picchiato,s otto la regia del “boss” della cella.
“Ogni giorno mi pestavano,nell’indifferenza totale delle guardie”. Le aggressioni diventavano sempre più violente e frequenti. Probabilmente l’influenza del padre della sua compagna era così forte da oltrepassare i muri del carcere.
Nel marzo del 2006, però,si verifica un inaspettato colpo di fortuna nella drammatica esistenza del giovane senegalese.
“Il giorno 8 di quello stesso mese, grazie ad un secondino, mio amico di scuola, sono riuscito ad evadere e a raggiungere, in autobus, il Gambia”.
Da questo paese Tchagole riesce a mettersi in contatto telefonicamente con la sua compagna”. Lei ha un suo caro amico in Gambia, un importante uomo d’affari. La mia fidanzata, per salvarmi la vita,gli chiede di ospitarmi a casa sua per qualche tempo. Se fossi tornato in Senegal, infatti, mi avrebbero rintracciato ed ucciso”
“Ho incontrato quest’importante uomo d’affari del Gambia, sul finire del Marzo del 2006. Lui ha rappresentato per me la salvezza.Sono stato ospite a casa sua, all’incirca per un mese. Mi ha fornito una nuova identità dandomi i soldi per partire verso l’Italia”.
L’aiuto che il ragazzo ha ricevuto da quell’uomo, ha fatto sì che una giovane vita non fosse stroncata. La virtù è tornata, in questo caso, a prevalere con la sua ammirabile luce.
Dal Gambia Tchagole giunge in Marocco.

“Ricordo molto bene quel periodo.Era l’Aprile del 2006.Pensavo spesso alla mia compagna in quei giorni. Soprattutto perché attendevo da lei un figlio”.
La forza della disperazione lo convince ad imbarcarsi su di una delle tante “carrette della speranza”.
“Il viaggio in mare durò all’incirca 5 giorni. Eravamo in 15.Tra noi anche donne e bambini.” Sbarcarono sulle coste siciliane.Furono accolti nel centro di prima accoglienza,allestito a Lampedusa.
Presenta, in Italia,la richiesta di asilo politico nel maggio del 2006, gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato.
La Commissione Territoriale del Ministero dell’Interno ha deciso di accogliere la sua richiesta, sulla base della persecuzione da lui subita per motivi religiosi.
Non ha mai visto in volto suo figlio.Né ha più incontrato la sua donna.
“Ogni settimana ci sentiamo telefonicamente.Le ho detto di scappare dalla sua famiglia.Ma lei teme per se e per nostro figlio.Magari un giorno cambierà idea. Io,intanto, continuo a sperare”. Tchagole non può più tornare in Senegal, nella sua terra tanto amata. Incomincerebbe una nuova odissea, con la sua vita quotidianamente in pericolo.

Oggi vive a Bari.
“Mi trovo bene nella vostra città. Ho trovato difficoltà a cercare casa all’inizio,ma adesso abito con altri ragazzi senegalesi. Lavoro come aiuto-cuoco.Non è il massimo, almeno non subisco gratuite violenze”.
“Tutti i giorni penso alla mia compagna ed al mio bambino. L’amore per loro non tramonterà mai”, ci confessa il giovane senegalese.
Chissà che un giorno, grazie alla possibilità “del ricongiungimento familiare”, i tre si possano, finalmente, riabbracciare.
Noi glielo auguriamo di tutto cuore.

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