Le schiave di Benin City. Non prostitute ma vendute. E neanche al miglior offerente

Stefania Losito

Nove milioni gli italiani che approfittano delle vittime della tratta

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Prostituite, non prostitute. Schiave, non puttane. Nere come l’asfalto rovente su cui ogni mattina sono costrette dalle maman a battere. In pieno giorno, con il sole caldo, unico legame con la terra d’origine: la Nigeria. Portate nel Belpaese con la promessa di un riscatto economico, riscatto che diventa il prezzo della loro schiavitù. Pagano con il sesso, per pochi spiccioli, il viaggio della speranza. Hanno gli occhi tristi, talvolta incattiviti dalla miseria, dalla violenza, dalla voglia di far subire alle prossime ciò che hanno subito loro stesse. E’ il dramma che si consuma tutti i giorni sulla strada statale 96, o sulla 98, o ancora sulla 100. Raggiungono anche Matera, in pullman o scortate dalla ‘protettrice’.

Estate o inverno sono sempre lì, doppiamente vittime di mandanti e clienti che appositamente le vanno a cercare, o che fanno uno squallido break prima di tornare al lavoro, magari con i loro colletti bianchi. Chiedono anche solo 20 euro, spesso senza poter dire di no a chi non vuole usare contraccettivi. Sono minorenni, ma nessuno può averne la certezza. Lo sanno tutti che sono lì, le forze dell’ordine, la prefettura, ma nessuno riesce a portarle via. Solo le associazioni di volontariato, in rete tra loro, forse qualcuna la convincono. E tra queste, c’è l’unità di strada “Volti d’ebano”, costola della “Fondazione Opera Santi Medici Cosma e Damiano di Bitonto – Onlus”, che, insieme ad altre realtà, cerca di dare almeno conforto alle giovani donne, mai oltre i 40 anni, forse neppure i 30. Ventinove i volontari, di tutte le età, uomini e donne, ogni giorno verso le dieci passano con l’auto per dar loro la possibilità di sfogarsi, o anche semplicemente di chiacchierare, portano talvolta cibo e bevande, lasciano che si fidino dei ‘bianchi’. Le convincono che quei riti woodoo che sembrano spaventarle possono essere esorcizzati dalle preghiere a Dio. “Spieghiamo loro che l’Altissimo è al di sopra degli spiriti maligni, e ci chiedono di pregare”, ci raccontano in associazione. I riti woodoo sono un’arma potente e temuta, figlia dell’ignoranza culturale. Ancora a Benin City, la città da cui provengono quasi tutte, le accompagnano a farsi ‘benedire’ da una figura religiosa tradizionale, il Baba-loa. Lui le sottopone a un rito codificato: prende alcuni elementi intimi delle ragazze, come peli pubici, unghie, e li mescola in un sacchetto di polveri magiche. Il woodoo le convince a stare tranquille, a rispettare le regole del debito: come una corda stretta intorno al collo, sono terrorizzate dal fatto che lo stregone possiede delle loro parti intime. Poi la partenza. In aereo con visti e documenti falsi, o via terra attraverso il Sahara e lo stretto di Gibilterra. Alcune muoiono, addirittura, disidratate. Nove milioni i clienti in Italia che approfittano di loro.

Quando siamo andati da Fiorella Falcone, responsabile dell’unità di strada (ma anche del centro accoglienza malati di Hiv, e della casa-famiglia per donne e minori), abbiamo conosciuto una donna di 79 anni, che senza paura da dieci anni si occupa delle ragazze. Vanno sulle strade del sesso in tre-quattro persone, con almeno un uomo (non si sa mai), nell’auto marchiata “Unità di strada” (iscritta nel registro della Regione Puglia, ndr), distribuiscono preservativi, parlano con loro, lasciano bigliettini. Fino a quando poi non arriva una nuova ondata: le ‘vecchie’ vengono allontanate, e ne arrivano altre. E allora tutto daccapo. In dieci anni, cioè da quando è nata l’associazione, solo una prostituita è riuscita ad uscirne. “Devono volerlo fortemente – ha spiegato la dott.ssa Falcone – devono essere convinte al 100%, e non accade quasi mai”. Alla nostra domanda: “Ma non vi scoraggiate? Ma non avete paura?”, la volontaria ha risposto: “No, mai”. Non le tremava la voce, infatti, se non quando, emozionata, ci diceva che questo non è un lavoro ma la sua vita. “Ma le forze dell’ordine che vi dicono?”, chiediamo. Lasciano fare, è la risposta. Ogni tanto un incontro in prefettura, soprattutto quando c’era Blonda (l’ex prefetto di Bari, ndr). Poi basta.

Isoke Aikpitanyi, una delle ex schiave ‘d’ebano’, ha scritto con la giornalista Laura Maragnani un libro-verità. E’ un documentario vero e proprio, “Le ragazze di Benin city” si chiama. E Isoke li kiama ‘stupri etnici’. E lancia un appello: «Dobbiamo far sapere quello che succede. Le prostitute-madri alle quali le “maman”, le protettrici nigeriane, prendono i figli per ricattarle. I ragazzi neri che spacciano droga. Le famiglie che spingono le figlie minorenni a venire in Europa, e che poi sono ben contente di ricevere centinaia di euro al mese facendo finta di non sapere. La corruzione che favorisce i trafficanti. Le mutilazioni sessuali, il debito da pagare che non finisce mai, i pastori nigeriani cristiani che collaborano con il racket, le ragazze che muoiono attraversando il deserto. Questa è la tratta. Perché il problema non è solo la prostituzione».

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