Sui passi (perduti) della storia – XIX puntata – La chiesa di San Giuseppe

Dagli archivi della città di Bari alla riscoperta della leggenda
Entrando a Bari vecchia da Piazza Chiurlia, vicino all’incrocio tra strada S. Giuseppe, strada Sagges e il relativo arco, si incontra la Chiesa di San Giuseppe, detta anche anticamente di Santa Maria de Ioannaci. È inserita in un contesto medievale, tra un agglomerato di antiche case, come la Corte Notar Morea, e una cortina di cemento privo di qualsiasi qualità architettonica.
La chiesa è attestata nei documenti baresi già dal 1103, anno in cui si dice che fosse retta dall’abate Leone, imparentato con il marinaio Nicola, che fu tra i traslatori delle reliquie del Santo. Viene ancora ricordata nel 1196, nel 1211 e nel 1277. Fu restaurata nel 1583 da un mercante di nome Ferrarius, e più tardi da Benedetto de Angelis (1624). Qui furono temporaneamente allogati e Teatini, ordine religioso che successivamente ebbe dall’arcivescovo Granafei la chiesa del Salvatore (1675), presso cui costruirono un convento, poi abbandonato nel 1959.
Antonio Beatillo narra curiosi episodi relativi alla sua edificazione, rifacendosi a quanto riportato nelle scritture antiche dell’archivio della città di Bari. Egli racconta che tra l’VIII e il IX secolo d. C. Romana Dottula, vedova di Barda dei Chyri Ioannaci, mandò suo figlio alla corte del re d’Albania per migliorarne l’istruzione.
Dopo un breve soggiorno, il ragazzo venne ingiustamente rinchiuso in carcere con l’accusa di aver insidiato una delle figlie del re. La madre, venutolo a sapere, accorse subito in Albania. Qui, ispirata dalla Vergine, trovò un’erba miracolosa che guarì la figlia del re, la quale confessò la falsità delle accuse contro il ragazzo. Tornata a Bari col figlio, Romana portò con sé i resti di un tempio antico, che usò per costruire una chiesa in onore di Maria Vergine. Per questo motivo la chiesa fu detta “Santa Maria de Chyri Ioannaci”, dal nome della famiglia del marito di Romana. Al tempo del Beatillo era ancora visibile davanti all’altare la lastra funeraria intitolata a Romana, che mette in risalto i meriti e la devozione.
La leggenda riportata dal Beatillo sembra essere verosimile, calcolando che analoghi casi di “evergetismo” (beneficenza) avvennero per il monastero di San Giacomo, fondato da Mabilia, per quello del Sothir, edificato su committenza di Maria Lignite e per molti edifici sacri di Costantinopoli e di altre città bizantine. Per quanto riguarda l’utilizzo di materiali di reimpiego, questa era una pratica molto comune nel medioevo. In Puglia, inoltre, è stata riscontrata la presenza di edifici sacri con caratteristiche architettoniche similari a quelle del tempio antico da cui Romana Dottula portò via alcune pietre.
Come molti altri edifici della nostra città vecchia, resta ben poco dell’assetto originario: gli unici elementi architettonici più antichi sono il timpano settecentesco e la facciata restaurata nel XVIII secolo, mentre il resto dell’edificio, dei dipinti e delle decorazioni risalgono al 1900.
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!






Affitti a Bari, quasi 500 euro al mese per 80 metri quadrati: pesa il 28% del reddito