Il mio nome non è Wendy, il coraggio della testimonianza
Wendy: “Ho pagato il mio debito e sono riuscita ad uscire da quel mondo”
Minuta, carina, sorride serena e chiede di non essere fotografata. Non per mancanza di coraggio, ci tiene a precisarlo, ma per pudore, perché ha paura dei pregiudizi della gente che non capisce. Si presenta così Wendy Uba, autrice, insieme a Paola Ronzini, del libro “Il mio nome è Wendy”, diario testimonianza della drammatica esperienza della stessa autrice, presentato ieri sera nella splendida cornice del Fortino S. Antonio. Il racconto di una vita che è anche il ritratto di un mondo crudele, come quello della tratta delle donne, dello sfruttamento, della prostituzione.
“Questo libro è molto più di un’opera di denuncia”, spiega la giornalista Carmela Formicola, “è il racconto di una vita, la storia di una donna, con i suoi drammatici snodi psicologici; ma è anche uno spaccato della società italiana, colta nei suoi slanci di generosità verso gli immigrati, così come nei gesti meschini e razzisti di cui, spesso, è tristemente capace”. Non è solo la comunità nigeriana in Italia ad essere descritta nei suoi aspetti cinici e crudi, ma è la società italiana stessa ad offrire un’immagine di sé, a tratti desolante. Ragazzi che sfottono le prostitute, le violentano, clienti che fingono di non capire le loro richieste d’aiuto, ma anche piccoli gesti di un “razzismo quotidiano”, che mostra un’Italia incapace di accogliere l’altro.
Dalla Nigeria in Europa per completare gli studi e potersi concedere un futuro migliore. Questo il progetto iniziale di Wendy. Ma già dal viaggio le cose appaiono sotto una luce diversa: ad aspettarla, infatti, violenza e sfruttamento, l’esperienza umiliante della strada e del razzismo. “Ho pagato il mio debito e sono riuscita ad uscire da quel mondo, trovando il coraggio e la voglia di raccontare la mia storia, liberandomi da un peso enorme. Ma non tutte ce la fanno, non tutte hanno la stessa forza. Ci sono anche ragazze che decidono di passare dall’altra parte, di diventare, a loro volta, “protettrici”, continuando un circolo vizioso che sembra impossibile fermare”.
Una storia a lieto fine, quella di Wendy, che è riuscita a laurearsi e a lavorare come mediatrice culturale per aiutare alre costrette a prostituirsi. “Ma non è stato semplice”, spiega Paola Ronzini, “rendere sulla pagina tanto dolore. Nonostante la voglia di raccontare e cercare una soluzione, non sono mancati momenti di crisi e ripensamenti”. Del tutto naturali, quando si tratta un tema così delicato e crudele. Ben venga, allora, un libro che provi a farci aprire davvero gli occhi, mostrando crudamente la realtà delle nuove schiave, la violenza e il dolore con cui sono costrette a fare i conti.
Nessun commento ancora. Scrivi il primo!






Affitti a Bari, quasi 500 euro al mese per 80 metri quadrati: pesa il 28% del reddito