Le Acli investono nella speranza

Paola Mammarella
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Pensioni e previdenza. Di scottante attualità il tema della conferenza “Organizzare la Speranza”, convocata dal Patronato Acli.Critiche le posizioni sulla riforma Dini, che ha portato il calcolo pensionistico dal sistema retributivo a quello contributivo. Una legge da non accettare passivamente, ma su cui discutere e fare proposte secondo Vincenzo Purgatorio, presidente provinciale dell’Acli Bari. Rilanciare la pedagogia sociale l’obiettivo per Vittoria Boni, responsabile del Dipartimento per le Politiche Sociali e il Welfare. Speranza come strategia di sviluppo, con un lucido sguardo ai cambiamenti nel mondo del lavoro, ancora privo di interventi strutturali. “L’Italia è l’unico Paese europeo che pensa di ridurre l’età pensionabile e che, come rimproveratoci da Bce e Bankitalia, non promuove politiche concrete”, afferma Vittoria Boni. Necessario più coraggio per guardare al futuro, ricorrendo ad un uso strumentale della flessibilità per far fronte a una situazione che, per la prima volta dal secondo dopoguerra, vede la condizione dei giovani peggiorare rispetto a quella dei propri genitori. Contratti atipici, stipendi spesso inferiori ai 1000 euro, difficoltà nell’acquisto di una casa rendono necessario concepire il Welfare promotore di uno sviluppo basato sul principio di equità, tesi già sostenuta al meeting di Milano. Tre i tavoli di discussione su riforma pensionistica e lavoro: considerare la sostenibilità sociale e non solo economica della legge Dini, garantire percorsi previdenziali paritari agli immigrati, considerare tempi familiari e rapporti generazionali. Auspicabile “allargare l’orizzonte oltre il dibattito politico” secondo il presidente nazionale dell’Acli Andrea Oliviero. Altrettanto utile “ascoltare, innovare, scegliere” per spingere la cittadinanza ad interessarsi al proprio futuro caratterizzato da dati critici. Previsto un massiccio invecchiamento demografico, che nel 2040 porterà i sessantenni a formare l’83% della popolazione italiana. Preoccupante se si considera che con i mezzi attuali non si riesce a garantire una pensione dignitosa agli anziani che, dopo una vita di lavoro, scivolano loro malgrado in sacche di povertà sempre più ampie. Difende “quota 95” Damiano Bettoni, direttore generale del Patronato Acli. Significa che chiunque, con 35 anni di contributi, dovrebbe poter andare in pensione a 60 anni. Di fondamentale importanza l’adeguamento delle pensioni al costo della vita, ma soprattutto “smettere di affidarsi al welfare informale della famiglia nei casi di mancata autosufficienza e malattia”. Favorire la totalizzazione delle pensioni, assistere i lavoratori nella previdenza complementare, rendere più accessibile il riscatto della laurea, alla stregua di un benvenuto nel mondo del lavoro, le altre strategie di intervento. In una parola ripensare la previdenza, interessante agli occhi del mondo produttivo, separarla dall’assistenza, a carico dello Stato, e contribuire alla ristrutturazione aziendale. A detta di Antonio Ingravalli della Banca Popolare di Bari, unico canale di sviluppo per l’ingresso stabile dei giovani nel mondo del lavoro.

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