Le ragazze di Benin City

Chiara Divella

Il terribile circuito della schiavitù raccontata da chi ha cercato in tutti modi di uscire dal mondo della prostituzione

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Contrattano con i clienti ai bordi delle strade, tremano seminude davanti ad un piccolo fuocherello nel gelo delle notti invernali, si dileguano terrorizzate all’arrivo di una volante della polizia, piangono al solo ricordo della loro terra e delle famiglie che difficilmente potranno riabbracciare.
Sono le “ragazze di Benin City”, le vittime, spesso minorenni e ancora vergini, della terribile tratta raccontata dalla giornalista di “Panorama”, Laura Maragnani nell’ultimo libro della casa editrice Melampo.

Non il solito reportage sensazionalistico, ma un’inchiesta dettagliata sull’intero circuito della prostituzione, che vede in particolar modo le donne nigeriane vittime di una schiavitù tanto vecchia quanto nuova. Il tutto raccontato dalla protagonista, Isoke Aikpitanyi, una delle pochissime donne che sono riuscite a venire fuori dall’illegale giro della prostituzione e a rifarsi una nuova vita. Vita che ha generosamente deciso di spendere progettando di costruire una casa di accoglienza per tutte coloro che sono disposte a recidere ogni legame con l’esperienza della strada. Parte dei soldi arriverà dal ricavato delle vendite di questo libro, nato dall’incontro fra due sensibilità femminili.

La storia di Isoke comincia un pò come tutte le altre. Il lungo viaggio dalla Nigeria (le fortunate arrivano in Italia con aerei o treni, le altre affrontano viaggi pericolosi e interminabili nel deserto) con la promessa di un lavoro da commessa o parrucchiera. La compravendita e i diversi passaggi di mano dagli italos alle madame. La dura realtà di chi si ritrova sulla strada senza neanche avere il tempo di realizzare quello che sta accadendo. È qui che ha inizio un incubo senza fine, che vede protagoniste queste donne ormai da vent’anni. Donne vendute a caro prezzo: quello della loro dignità, della libertà, spesso della vita stessa. Molte di loro scompaiono, vengono brutalmente ammazzate e i loro corpi lasciati a marcire chissà dove. Nessuno mai le verrà a cercare, nessuno denuncerà la scomparsa di queste figlie, sorelle e madri, nessuno le piangerà. Non hanno documenti (per averli è necessario denunciare i propri aguzzini, ma nessuna lo fa), non hanno identità, vengono sfruttate persino dalle famiglie d’origine che sopravvivono grazie al loro sacrificio, sperperando le somme di denaro che arrivano dall’Italia.

Le prime nigeriane raggiunsero autonomamente il nostro paese negli anni Ottanta, e appena fiutata la possibilità di ricavarne un business milionario, fecero venire le loro amiche dalla Nigeria, convincendole ad intraprendere un viaggio senza ritorno. Oggi dietro questo enorme giro di prostituzione c’è tutta una rete criminale che va chiamata col suo nome: mafia. Ogni ragazza accumula debiti che vanno dai trentamila ai sessantamila euro, e non ha il coraggio di ribellarsi o fuggire per paura di ritorsioni su se stessa e sulla famiglia. La loro unica salvezza sono, paradossalmente, quei clienti che si innamorano di loro, le portano via dalla strada e le aiutano a pagare il debito.

Il libro racconta molto più di questo, con una crudezza che non è fine a se stessa, ma è necessaria per smuovere le coscienze. É difficile arrivare in fondo alla lettura senza provare la sensazione fisica di un pugno nello stomaco, senza avere la pelle d’oca per le atrocità che queste povere donne dagli occhi così tristi devono sopportare. Solo perché sono nate in una terra più povera della nostra. Solo perché lo stato italiano, e i suoi cittadini, non sono in grado di proteggerle e di estirpare questo cancro che si nutre delle speranze e della giovinezza di donne per nulla diverse da noi.

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