Un’estate a Teheran

Mariangela Del Vecchio

Alla libreria Laterza, incontro con l’autrice italo-iraniana Farian Sabahi

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“Essere in entrambi i luoghi e in nessuno dei due”: con questa espressione, Farian Sabahi, docente universitaria e giornalista, autrice di Un’estate a Teheran, edito da Laterza, ha commentano la propria condizione “liminare” di donna al confine tra due culture differenti, quella italiana e quella iraniana, che, tuttavia, per sua stessa ammissione, le ha consentito di ponderare più lucidamente il lungo viaggio a Teheran, alla ricerca delle radici ma soprattutto di risposte in grado di mettere sotto scacco i facili stereotipi con cui quello che si suole definire Occidente tende a dipingere la realtà e la cultura iraniane.

Pertanto, l’ultimo incontro del ciclo Reti di donne nella scrittura previsto prima della pausa estiva, ha visto protagonista una lettura atipica e fresca di una terra spesso oggetto, a livello giornalistico e sociale, di aspre discussioni e semplificazioni banalizzanti. In effetti, come sottolineato da Patrizia Calefato, docente si sociolinguistica e intervistatrice per l’occasione, in questo diario di viaggio, suddiviso in 22 capitoli autonomi come piccole narrazioni, “Farian Sabahi ha fornito un’immagine contraddittoria dell’Iran, ponendo in evidenza, senza mettere in dubbio l’esistenza di una teocrazia – o mullahcrazia, per dirla con l’autrice -, i vari livelli di contraddizione, non solo esterni ma anche all’interno del mondo religioso che, di conseguenza appare tutt’altro che uniforme”. Difatti, ha incalzato l’autrice, “la realtà iraniana non può essere configurata come una realtà monolitica ma, al contrario, come densa di spinte al cambiamento e alla rivoluzione e forme di tradizionalismo e dittatura che si mescolano senza soluzione di continuità”. A tal proposito, basti pensare al paradossale accostamento tra il severo rifiuto opposto all’omosessualità e la piena accettazione della transessualità  a cui fanno seguito la possibilità di contrarre matrimonio e l’affitto dell’utero.

 Non a caso, ha ricordato la Sabahi, “l’Iran è il paese asiatico con il più elevato livello di alfabetizzazione e può contare sulla presenza di intellettuali di grande levatura”. A testimonianza della complessità del mondo abilmente descritto dall’autrice, come ha evidenziato Patrizia Calefato, la presenza ripetuta nel testo di figure quali i tassisti, che, quasi fossero un barometro della situazione, non solo si sentono liberi di esprimersi ma spesso esercitano un’insolita forma di resistenza nei confronti del potere religioso rifiutando cautamente di fornire i propri servigi ai mullah.
Tuttavia, in questo contesto molteplice, in cui la gioventù agguerrita e desiderosa di cambiamento cerca di opporsi allo stato delle cose, persistono condizioni ancora difficili che vedono, soprattutto a livello legale, le donne in una posizione subordinata e profondamente discriminata.  Del resto, l’esistenza di forme di associazionismo e dialogo civile, pur presente e diffusa, sta patendo, negli ultimi mesi, la recrudescenza della repressione che evidenzia tutta la fragilità del tessuto sociale.
Ciò non toglie, tuttavia, ha concluso la Sabahi, che non si possa considerare l’Islam e l’assetto democratico come antitetici e che le reali possibilità di svolta possano essere generate proprio in seno al mondo musulmano che, come dimostrato in molte occasioni, è in grado di superare i propri limiti per giungere ad una nuova costituzione sociale.

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