Scaffale Laterza: Elite e classi dirigenti. Ecco cosa succede in Italia
Nel 2005 solo un italiano su dieci aveva fiducia nel governo. Il ceto politico più giovane rispetto i signori dell’alta finanza e della cultura
Un libro per parlare di “Elite e classi dirigenti”. Sarà per la sua professione di sociologo presso la facoltà di Economia e Commercio “Giorgio Fuà” di Ancona, sarà anche per la sua caparbia volontà di proseguire il lavoro già intrapreso sette anni fa (Le power elitè in Italia), fatto sta che Guido Carboni non si arreso nell’approfondire uno dei temi maggiormente sensibili nell’opinione pubblica italiana: il ruolo delle elité e la connessione con le classi dirigenti, una fotografia in bianco e nero del potere, così come la chiama il sociologo Pierluigi Celli, che merita sicuramente essere meditata.
Le argomentazioni di Carboni sono tutte suffragate dai numeri e rielaborate con il piglio critico e metodico del buon sociologo. Nel 2005, si legge, solo un italiano su dieci aveva fiducia nel governo e solo uno su trenta nella pubblica amministrazione. Al ceto politico viene rimproverato di non avere realizzato le riforme strutturali e di non essere stato capace di risanare la finanza pubblica. Per non parlare dell’incapacità di metter su delle politiche industriali in sintonia con le specificità delle diverse realtà regionali del Paese. E della mancata volontà di elevare lo spirito civico e comunitario della nazione.
Uno spaccato di realtà figlio, secondo l’autore, del carattere onnicomprensivo della politica in molti degli aspetti culturali e sociali della vita degli italiani. E che impedisce alle stesse leadership politiche di saper re-interpretare i cambiamenti di natura socioantropologica che una società globale come la nostra sta man mano interiorizzando. Una linea di riflessione, questa, che rende il saggio edito dalla Laterza più interessante delle tante dissertazioni che in questi anni si sono succedute e che riguardano il rapporto tra cittadini e politica.
E questo anche perché Carboni pone in evidenza due aspetti nuovi e per certi versi sorprendenti.
Se qualcuno pensa che il ceto politico italiano sia vecchio, si sbaglia. I nostri politici, infatti, sono di gran lunga più giovani (dominanza di 50enni e maggiore incidenza di 40enni) sia dei leader della nostra economia e finanza sia delle elité culturali e professionali, dove emerge una predominanza di sessantenni e una quota non irrilevante di settantenni.
A questo si aggiunge che buona parte della classe politica italiana ha un livello d’istruzione elevato (laurea in discipline giuridico e socio-politiche) ma con una formazione che per lo più non è di carattere tecnico scientifico.
Da qui Carboni sviluppa due problemi: gli alti costa della politica, con un peso per la spesa pubblica che è pari a due volte rispetto Germania e Inghilterra; e il basso ricambio generazionale che ha visto nella storia dell’Italia repubblicana solo un premier quarantenne Giovanni Goria.
Facile, allora, il profondo scollamento con la società, che percepisce lo stanziarsi endemico della rete panpolitica degli interessi come prodotto di una precisa volontà oligarchia dei politici a tutelarsi e ad autoriprodursi. Insomma, una percezione del ceto politico, che nelle pagine dell’ultimo libro di Carboni dimostra come sia sempre più difficile mostrare ciò che la stessa politica offre di buono nel mondo, per colpa di una struttura sempre più incapace di legittimarsi agli occhi della popolazione.
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