Buon compleanno Bari

Alessandra Colucci

Dalle visioni di Gioacchino Murat ai problemi di oggi. Spesso con la memoria corta

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Avere 194 anni e non dimostrarli. Questo è quello che accade a Bari, o, meglio, al suo borgo nuovo, oggi 25 aprile. Il 25 aprile del 1813, infatti, l’allora sovrano Gioacchino Murat pose la prima pietra della nuova città, all’angolo tra gli attuali corsi Vittorio Emanuele e Cavour, proprio dove ora una targa ricorda l’evento.

Narrano le cronache, sapientemente riprese da Armando Periotti nel 1913, in occasione del primo centenario della fondazione della nuova Bari, che quel giorno ci fosse una dolce brezza primaverile che spirava dal mare e che Murat, che a quel borgo nuovo avrebbe dato il proprio nome, nome rimasto, nonostante le successive dominazioni borboniche e sabaude e l’avvento della Repubblica, nel chinarsi per posare la pietra avesse platealmente deciso di sancire il “matrimonio” con la città nuova sfilandosi un anello e lanciandolo nelle fondamenta.

Un gesto carico di significati, seppure teatrale, che ebbe, a distanza di decenni, un gustoso epilogo: quando il primo palazzo fu abbattuto e ricostruito, si andò alla ricerca dell’anello di Re Gioacchino, che, però, non fu mai trovato.

Murat, nato in Linguadoca nel 1767, figlio di un oste, era un abile soldato che aveva costruito la propria fortuna, all’indomani della Rivoluzione Francese, grazie al talento ed all’intelligenza, in un momento storico in cui tutto, in Francia, sembrava possibile. Anche che un oscuro generale corso, paladino della libertà e dell’uguaglianza, ricostruisse, di fatto, lo status quo pre-14 luglio. Quell’oscuro generale era Napoleone Bonaparte e Murat costruì la massima parte delle proprie fortune sposando Carolina, che di Napoleone era una delle sorelle.
Per controllare meglio le porzioni di Europa che conquistava mano mano, Napoleone adottò una pratica semplice: spodestava i sovrani regnanti e deponeva le corone sulle teste dei fratelli. Fu così che, nel 1808, allorquando fu conquistata anche Madrid, Giuseppe Bonaparte passò dal Regno di Napoli a quello di Spagna. Il trono vacante fu occupato dai Murat che si resero autori di una serie di riforme di ogni genere, diventando sovrani molto amati. In quest’ottica di rinnovamento si inserì anche la costruzione della nuova Bari. Prima del 1813, infatti, Bari era stata quel reticolo inestricabile di stradine e casette, accozzaglia di dominazioni e popoli (un po’ di Francia, un po’ di Spagna, uno spruzzo d’Oriente, molta Germania) che rispondono al nome, ancora oggi, di Barivecchia. Murat volle creare una città nuova, moderna, di concezione assolutamente rivoluzionaria.

Nacque così la nuova Bari, il Borgo murattiano, con le strade tutte parallele e perpendicolari, dramma per i Vigili che devono gestire il traffico – se si blocca un incrocio si blocca tutto il centro – ma anche geniale scelta urbanistica. Perché, a ben vederlo, quello schema di strade tutte uguali, con botteghe equidistanti l’una dall’altra, altro non è che un prototipo – mica poi tanto malcelato – dei moderni centri commerciali.

La nuova Bari, come era ovvio che fosse, sopravvisse a Murat che seguì la stella napoleonica e fu ammazzato, in base ad una legge da egli stesso promulgata anni prima, a Pizzo Calabro. Tornarono i Borboni, il corso che divide la Bari vecchia da quella nuova fu chiamato corso Ferdinandeo – e poi Vittorio Emanuele, com’era ovvio – e la chiesa e la piazza centrale furono dedicate al Santo che portava il nome del ritrovato Sovrano, Ferdinando.

Ma l’intuizione di Murat non morì con lui né fu cancellata dai nuovi dominatori. Per decenni e decenni, quella Bari voluta dal re soldato è stata il curoe dell’economia cittadina e non solo. Quel centro commerciale nato molto prima che il concetto stesso venisse concepito, è stato orgoglio, vanto e motore propulsore di una città che, putroppo e sempre più spesso, dimostra di avere la memoria molto, ma davvero molto, corta.

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